recension

 

AORARCHIVIA

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BEG BORROW & STEAL

 

 

  • PUSH AND SHOVE (2017)

Etichetta:Steelheart Memories Reperibilità:scarsa

 

La Steelheart Memories è una label italiana specializzata in ristampe/rarità, che pubblica in tirature estremamente limitate (500 copie), così che le rarità finiscono per rimanere tali anche dopo la ristampa e gli album prima unreleased lo diventano immediatamente dopo la pubblicazione. Come tutte le label dedite all’attività di riesumazione musicale, anche loro annunciano ogni uscita in termini roboanti e questa lunga serie di riedizioni è stata battezzata – tanto per andare sul sicuro – “Lost Jewels” (con un “US” o “UK” fra le due parole a seconda della localizzazione geografica della band). Ovviamente, il grosso è formato più che altro da lost patacche (seguite il link se volete leggere una spiegazione esaustiva dell’etichetta), oppure da album che pur non del tutto malvagi potevano essere lasciati nel dimenticatoio senza rimpianti (come i Roulette, di cui abbiamo già parlato). Ma, ogni tanto, salta fuori qualcosa di pregevole, come questi Beg Borrow & Steal, di cui riassumiamo la storia.

Fondati nei tardi anni ’80 dall’ex batterista dei Preview, Ed Bettinelli, agguantarono un contratto addirittura con la BMG, che gli fece registrare un lotto di canzoni sotto la guida nientemeno che di Arthur Payson. Nel 1992, la BMG distribuì un promo in formato cassetta (destinato, come d’uso all’epoca, solo a giornalisti e promoter) con quattro canzoni ma il mutato scenario musicale bloccò l’uscita dell’album, rimasto a prendere polvere su uno scaffale fino a quando la Steelheart Memories non lo ha recuperato nel 2017, intitolandolo ‘Push and Shove’. Un buon disco, come già detto, anche se ho qualche riserva sul mixaggio della voce. La cantante, Lauralei Combs, si ritrovava difatti con un bel timbro ed era dotata anche di una più che buona espressività ma dava l’impressione di non essere stata benedetta da madre natura con un paio di polmoni d’acciaio e sarebbe forse stato opportuno piazzare le sue vocals un po’ più avanti nel mix. Niente da dire sulla qualità audio e – ovviamente – sulla produzione. L’inizio non stupiva, dato che “Deep Down & Dirty” era un metal californiano ancheggiante e per nulla originale, meglio andava “No Reason Why”, hard melodico con una bella impronta Whitesnake. “Step Back” variava il riffing: geometrico in apertura, d’atmosfera nelle strofe e martellante sotto il refrain, anthemico come quello della successiva “Hide”, heavy e diretta e un po’ Joan Jett. Il clima arena rock veniva mantenuto pure su “Shake”, dipanantesi fra chitarre zeppeliniane ma con il coro ricalcato sfacciatamente su quello di “Nothing to Loose” di Gary Moore. Apprezzabili i chiaroscuri della power ballad “Gave You My Heart”, “Simple Heart” era un hard melodico che intrecciava sullo stesso telaio Heart e Bryan Adams, mentre su “Angels” abbondavano le tastiere e l’organo Hammond, dando alla canzone un bello smalto soul e classic rock. Si ritornava all’arena rock con “Nickie”, potente e trascinante e a chiudere c’era “Hearts on Fire”, ibrido Van Halen / Quiet Riot dal riffing ancora una volta molto scontato.

Un recupero, quello dei Beg Borrow & Steal, senza dubbio tutt’altro che superfluo, anche se la forma in cui si è concretizzato, come già ho sottolineato, non ha ottenuto altro che creare seduta stante una nuova rarità discografica, già prezzata a livelli d’affezione quando fa la sua molto saltuaria comparsa tra eBay e Amazon.