RECENSIONI IN BREVE

 

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THE LAW "The Unreleased Album"

Gira da qualche anno e in varie edizioni (nel senso che potete trovarlo con almeno tre copertine diverse, ma sempre con la stessa scaletta) questo bootleg che viene presentato come il secondo album mai pubblicato della band di Paul Rodgers e Kenney Jones, ma che sembra in realtà sia composto da canzoni scartate dal debutto omonimo. La qualità audio è appena discreta, il mixaggio risulta stranamente rumoroso ed è afflitto da acuti irritanti, ma vale la pena soffrire un po’ per ascoltare queste otto canzoni, quasi tutte molto più hard rock di quelle presenti su ‘The Law’ (“Message of Love” è addirittura rabbiosa) anche se a volte inutilmente lunghe. “Too Much Is Not Enough” l’avevamo già ascoltata nella versione dei Deep Purple (su ‘Slaves and Masters’) mentre “I Wanna Make Love to You” e “Alibi” le ricordiamo incise da Eric Clapton, qui però c’è The Voice al microfono… Il top? Resto indeciso fra “Loaded Dice” e “Strictly Off The Record”, raffinatamente Bad Company. Una release ufficiale che ci servisse questo materiale in una forma adeguata al suo valore sarebbe opportuna.

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MICHAEL KRATZ "Live Your Live"

È orientato decisamente verso la soft side dell’AOR questo nuovo album del singer danese Michael Kratz. Le chitarre cedono spesso il ruolo guida alle tastiere, c’è più di un elemento moderno (a volte coniugato in un non spiacevole senso danzereccio), molta atmosfera, produzione di alto livello e songwriting di ottima caratura. Aggiungiamo al quadro la presenza di esecutori di assoluto valore (un paio di assoli sono di Steve Lukather e Michael Landau) ed ecco che ‘Live Your Life’ diventa quasi una priorità per chi ama il pop rock di classe e l’AOR meno fragoroso.

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Art Of Melody Music - 2018

 

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THE DEAD DAISIES "Burn it Down"

In questo nuovo album, l’influenza di Doug Aldritch risulta meno marcata e risalta soprattutto su tre canzoni (“Dead And Gone”, “Can’t Take It With You” e “Leave Me Alone”) che avrebbero potuto tranquillamente figurare sull’ultimo Burning Rain. Il resto va dal buono all’ottimo (ma anche le tre canzoni già citate sono di notevole caratura): la cover di “Bitch” dei Rolling Stones viene opportunamente incarognita, “Revolution” è un hard’n’roll metallico e divertito che rimanda a frammenti analoghi del quasi omonimo secondo album, “Resurrected” (aggressiva e ipnotica nello stesso tempo) mi ha ricordato invece i quasi dimenticati Soul Sirkus. Il top? “Judgement Day”, con i suoi chiaroscuri acustici da film western che preparano il terreno ad un riffing elettrico di matrice Lynch Mob. Insomma, un buon album, ma continuo a preferire i Dead Daisies dei tempi di ‘Revoluciòn’, quando erano meno heavy e più fantasiosi nel songwriting.

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Spitfire Music - 2018

 

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PYRAMID "Hieroglyphics"

È da non credere che con tante buone band confinate nell’oblio degli album unreleased o mai pubblicati su CD, la Retrospect abbia ritenuto di stampare ben due raccolte di questi insipidi Pyramid. ‘Hieroglyphics’ è fatto in prevalenza di fiacchi ricalchi del repertorio dei Ratt, in genere di una banalità agghiacciante e in qualche caso molto vicini al plagio (“Betrayed” replica “Body Talk” ben oltre i confini della decenza), un patetico tentativo di mettersi in scia all’hard rock swingante dei Van Halen (“T.S.P.”), un paio di ballad stucchevoli e qualche scheggia di metal californiano talmente amorfa da non poter essere neppure catalogata. Aggiungiamo al quadro il non trascurabile dettaglio relativo alla vocetta dell’individuo molto carente in tecnica (stona i cori spesso e volentieri) e personalità che sta davanti al microfono, e la totale inutilità di questo ripescaggio diventerà ancora più palese.

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Retrospect - 2008

 

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BLUE 46 "Blue 46"

Dalla Svizzera arrivarono nel ’92 questi Blue 46, guidati dalla voce gradevole ma un po’ acerba di tal Karen Sambrook. Anche se l’apertura era affidata all’opaco metal californiano tra Quiet Riot e Dokken “Breakdown The Fire”, l’album risultava interessante nei suoi costanti riferimenti all’universo sonoro degli Headpins, con arrangiamenti che cercavano soluzioni inedite in più di un frangente, come su “Tales”, che combinava l’arena rock al tipico flavour nevrotico della band di Darby Mills, piena di svolte insolite. In un paio di episodi le atmosfere ricordano anche i Perfect Crime e in chiusura, “Crazy Day” rimanda agli Heart primi anni ’80. ‘Blue 46’ è una rara avis, di quelle difficili da avvistare su eBay e non ho idea a quali cifre passi di mano: la Retrospect o la Rock Candy potrebbero farci un pensierino.

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Double O Records - 1992

 

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REB BEACH "Masquerade"

Peccato che quello straordinario chitarrista che risponde al nome di Reb Beach si sia concesso il piacere di un album solista proprio durante gli anni in cui grunge e alternative dettavano legge nelle classifiche. Reb non è riuscito a resistere alla tentazione di seguire i trend in voga all’epoca e anche se perfino il grunge può diventare interessante quando viene passato al setaccio della sua chitarra (ascoltate “Better Shade of Grey”), le atmosfere che si susseguono in ‘Masquerade’ riescono poco gradevoli a chi non apprezza la musica di Alice in Chains, Soundgarden e compagnia. C’è qualche pizzico di metal californiano e di un hard rock acido sul genere dei Bad Moon Rising di ‘Opium For The Masses’, ma il chitarrismo strepitoso di Reb (che si esalta soprattutto nell’iniziale “Dark Places” e nello strumentale molto Van Halen “Get Out And Walk”) resta il motivo principale di interesse in un album che chi ama tutto quanto lui ha fatto con Winger e Whitesnake senza dubbio faticherà a trovare stimolante.

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Now & Then - 2002

 

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DAVID CASSIDY "David Cassidy"

David Cassidy ha cominciato la sua carriera come attore (i più vecchi se lo ricorderanno nei telefilm La Famiglia Partridge) accumulando una discografia di 14 album tra studio e live prima di passare a miglior vita nel 2017. Questo suo album omonimo pubblicato nel 1990 è un capolavoro poco celebrato di AOR hard edged, con uno stuolo di songwriter ed esecutori da urlo (per l’elenco dettagliato vi rimando alla scheda di wikipedia). Il modello prevalente nel sound è quello di John Parr, ma le sfumature variano con grande sapienza da una canzone all’altra, in “You Remember Me” si sente Bryan Adams, sulla ballad “Boulevard of Broken Dreams” occhieggiano gli Honeymoon Suite (che bello quell’assolo di sax). Se la magnifica “Living Without You” è nello stesso tempo anthemica e solare, il top arriva con la cover della storica “Hi-Heel Sneakers” (la cantarono, fra gli altri, anche Elvis e Jerry Lee Lewis), arricchita di un flavour R&B su una chitarra rabbiosa. La produzione è – a dir poco – sontuosa, il songwriting brillante: da avere.

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Enigma Records- 1990

 

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JON BUTCHER AXIS "Stare at The Sun"

Uscirà il 25 maggio la ristampa del secondo album degli Axis, la band che Jon Butcher formò nei primi anni ’80 per entrare nel ricco (all’epoca) mercato dell’AOR. Pubblicato nel 1984, ‘Stare at The Sun’ è un perfetto concentrato di pop rock e AOR che mette assieme (in ordine sparso) John Parr, Mr. Mister, Billy Idol, Foreigner, U2 e Glass Tiger, raccomandatissimo a chi ama il tipico suono rock commerciale della prima metà degli anni ’80. Sulla qualità audio di questa ristampa non posso pronunciarmi, a causa della linea politica assurda che la Escape ha deciso di adottare verso i recensori: per un po’ ha fornito solo sample di un minuto e mezzo, oggi mette nel player album interi, ma gli .mp3 hanno una velocità in bit indecente che rende l’ascolto del materiale una vera tortura per le orecchie.

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Escape - 2018

 

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THE JAMES PROJECT "Desert Bloom"

Venne presentato con accenti roboanti questo unico album di James Lawrence Berk, apprezzato (pare) songwriter per il cinema e la pubblictà negli USA, ma la sostanza dell’album è scarsa. C’è molto pop rock all’acqua di rose, ordinario o noioso tout court: “Tell Her I’m Home” è una ballatona veramente monotona, “Everything About You” sembra il parto di un Jeff Paris a corto di ispirazione, “Mend My Broken Heart” suona come una B side di Elton John. Il meglio sta nelle alchimie Survivor-Bad English di “Take Me To The River” e nell’AOR dalla bella melodia di “Sorrow In Diguise”, ma anche l’atmospheric power di “Promised Land” si fa apprezzare, mentre la discreta “Take Good Care Of Her Heart” ruba qualche armonia vocale alle ballad degli Autograph. Alla fine della fiera, un disco trascurabile per non dire inutile.

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Next Horizon Records – 1996

 

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SPACE ELEVATOR "II"

Non mi aveva convinto il primo album di questa band britannica ed il suo nuovo lavoro non ha cambiato la situazione. Il songwriting è brillante, la produzione di lusso e gli arrangiamenti policromi, il problema sta nella matrice melodica ripresa palesemente da due band che al sottoscritto non vanno proprio a genio, i Queen ed i loro figliocci moderni, The Darkness. Naturalmente, il mio problema con gli Space Elevator è del tutto personale, e chi apprezza la matrice di cui sopra trasposta in chiave di hard melodico troverà senza dubbio ‘II’ ed il suo predecessore molto gradevoli.

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SPV - 2018

 

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ROMEO "Romeo"

Buoni artigiani del suono AOR primi anni Ottanta, i Romeo, che però pubblicarono questo loro album d’esordio addirittura nel 1993. Il songwriting discreto viene penalizzato da arrangiamenti troppo ovvi e da un cantante che a volte sembra un po’ a corto di fiato, ma la resa globale del prodotto supera ampiamente la sufficienza, con richiami (palesi, in qualche frangente) a Surgin’, Journey, Autograph, Bryan Adams e Starz. Insomma, ‘Romeo’ non è un album indispensabile o imprescindibile, ma neppure una ciofeca nauseabonda o indigesta. Col tempo è però diventato di una notevole rarità e credo che le sue molto saltuarie apparizioni tra eBay e Amazon siano contrassegnate da cartellini del prezzo nient’affatto leggeri.

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WFG Records - 1993

 

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DIAMANTE "Coming in Hot"

Esordio per questa bella ventunenne di madre messicana e padre italiano, cresciuta negli Stati Uniti e dedita con la sua backing band ad un hard rock moderno e radio friendly sulla scia dei soliti Shinedown, Nickelback e Halestorm: a volte sembra una Joan Jett con gli steroidi (la title track, il bell’anthem “Sound of Us”), in altri momenti trova soluzioni al crocevia tra rock classico e contemporaneo (“Had Enough” e “Haunted”, entrambe basate su riff zeppeliniani ma ritmate a tempo di EDM, “Bulletproof”, che replica la ricetta facendo riferimento agli AC/DC e con il plus di begli impasti vocali). Ci sono un paio di passi falsi (“Crazy on You” ha un refrain orribile, “Definitely Not in Love” è punkeggiante, convulsa e l’avremo già sentita un paio di miliardi di volte) e il cantato in spagnolo mi rende incomprensibile quella notevole power ballad molto Nickelback intitolata “Lo Siento”, ma ‘Coming in Hot’ resta uno dei migliori prodotti in ambito modern melodic (la produzione è di Howard Benson) ascoltati quest’anno.

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Better Noise Records - 2018

 

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7th HEAVEN "Color in Motion"

Il pop rock dei 7th Heaven funziona meglio quando bilancia il moderno con una più che discreta vena anni ’80 (o quando la vena suddetta prende il sopravvento, come in “Happy Now”, col suo bel riffone secco): nei toni ariosi ma anche vagamente anthemici di “This Is Where The Party’s At”, nelle atmosfere un po’ John Parr della galoppante “Wonderful World” e in quelle un po’ Danger Danger della ballad “I See You Smile”. Più adatti, comunque, a chi predilige il suono melodico moderno, mai troppo elettrico né contaminato di EDM.

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NTD Records - 2018