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Una delle particolarità del nostro genere mai sottolineata quanto sarebbe opportuno è la sua evoluzione addirittura frenetica. Tra la fine degli anni Settanta e il fatale 1991, il rock melodico in tutte le sue forme muta pelle ad una velocità da capogiro, particolarmente a livello di produzione e arrangiamenti, al punto che non occorre un udito troppo fine per distinguere un album inciso – per dire – nel 1984 da uno registrato solo un paio d’anni prima o dopo. I Balance operarono all’alba dei Big 80s, quando AOR, hard melodico e class metal erano ancora in definizione, e questo loro secondo album porta tutti i segni del trapasso tutt’altro che concluso fra la musica dei due decenni, con i Settanta che cominciano a sfumare definitivamente negli Ottanta: su ogni canzone la data “1982” spicca dunque come un’insegna al neon in una notte buia: ‘In For The Count’ non avrebbe potuto uscire prima di quella data, e se fosse stato pubblicato dopo solo qualche anno sarebbe parso datato a livello di produzione (e non solo) allo stesso modo di ‘Town Bad Girl’ dei Legs Diamond. La band aveva esordito l’anno precedente con un album omonimo molto pomp, ma con ‘In For The Count’ Peppy Castro (voce), Bob Kulick (chitarre, naturalmente) and Doug Katsaros (tastiere) con i due nuovi membri Chuck Burgi (batteria, poi nei Raindbow) e Dennis Feldman (basso, già nei Speedway Boulevard) imboccarono decisamente la strada del neonato rock melodico. La title track apre con un Moog “spaziale” e molto anni 70, un bel riff secco, il coro che segue la tipica cifra melodica pop dell’epoca sottolineata dallo sfarfallio delle tastiere, con il plus di un bridge d’atmosfera in cui scivola un assolo lacerante di chitarra. Molto, molto primi 80 si rivela invece l’incalzante “Is It Over”, fra il riff minimale, i flash di keys e il solito assolo tirato, mentre “Slow Motion” ci dice che i Journey erano già diventati un riferimento imprescindibile per chi voleva incamminarsi lungo i sentieri dell’AOR. “Undercover Man” ha chitarre classicamente heavy metal e melodie ancora di stampo Journey (un connubio raramente tentato in seguito), in “On My Honor” il pomp e l’hard rock dei Queen si fondono attraverso un telaio strumentale in cui spiccano gli arditi intrecci di tastiere, “All The Way”, con un coro dinamico e strofe pacate offriva qualche scampolo prog fra i bagliori delle keys. Davvero strepitosa riesce “Pull The Plug”, lenta, imponente, sexy e fascinosa nella stessa misura, dove chitarre e tastiere si intrecciano alla perfezione come nella successiva “Bedroom Eyes”, contraddistinta da una melodia splendente su base Journey, e la band di Neal Schon torna anche nella conclusiva “We Can Have It All”, ma in versione anni Settanta con suoni di tastiere coerenti. Questo bellissimo disco non portò fortuna alla band, che si sciolse dopo poco, tornando per un nuovo album solo nel 2009, e oggi è ricordata soprattutto come fucina di talenti: Peppy Castro è diventato un songwriter di successo, di Bob Kulik è superfluo riportare il carnet, anche Doug Katsaros ha avuto una carriera lunga e luminosa. ‘In For The Count’ uscì in origine solo su LP e cassetta, nel 1992 la Portrait lo ristampò soltanto per l’europa su CD, nel 2006 la Rock Candy lo rimasterizzò aggiungendo come bonus track due B side di 45 giri, intitolate “Ride The Wave” e “She’s Alone Tonight”. Attenti alle ristampe Portrait, piratate in Russia. Non si trova su Amazon Music, ma si può ascoltarlo su YouTube (e forse anche su Spotify: non ho controllato), il prezzo di CD e LP varia discretamente ma si mantiene abbordabile. Per chi sente il fascino di quella breve stagione in cui i suoni degli anni 70 ancora coesistevano e andavano a sovrapporsi a quelli degli 80, il secondo album dei Balance è senza dubbio imperdibile.
Qualche anno fa, recensendo in toni nient’affatto benevoli un album degli Stone Electric, ritenni di dover esprimere il mio pensiero (anche quello per nulla positivo) sul look che la band aveva adottato. Quell’impupazzarsi alla moda di cinquant’anni fa – cosi comune tra certe band che praticano il retro rock – mi sembra patetico e anche abbastanza ridicolo, soprattutto perché quegli abiti e quelle pettinature non stanno addosso a dei settantenni ma a ragazzi che in genere hanno meno di trent’anni, neppure nati quando quelle mise erano in voga. Cosa credono di poter dimostrare con quelle che appaiono niente più che delle carnevalate? Il concetto su cui le basano è che la devozione a una particolare epoca musicale si deve esprimere vestendosi alla moda di quell’epoca? Ma a un concerto di musiche del Settecento il pubblico si aspetta di vedere gli orchestrali con i pantaloni al ginocchio e le parrucche incipriate in testa? E senza andare tanto lontano nel tempo, qualcuno si ricorda dei Matt Bianco, band pop inglese di buon successo negli anni 80 con un debole per la musica degli anni 40 e 50? Forse che Mark Reilly e soci si presentavano sul palco con pagliette e zoot suite? E quella che resta probabilmente la più nota band moderna del genere rockabilly, gli Stray Cats di Brian Setzer (che esordì nel 1981), non si faceva fotografare certo con abiti degli anni Cinquanta indosso. Ma perché questa lunga tirata introduttiva alla recensione dell’esordio dei Lockhart? Perché, fra i seguaci contemporanei del nostro genere, la devozione al look d’antan non si era mai spinta fino agli estremi a cui l’ha portata questa band canadese. Non bastassero le foto che ci mostrano i tre agghindati alla moda di fine anni 80 (parrucche incluse: non possono darci a bere che inalberino pettinature del genere anche quando camminano per la strada…) e la copertina dell’album, ci sono anche i videoclip, che i Nostri si sono sforzati di rendere assolutamente identici a quelli girati nei Big 80s, dalla granulosità da videotape delle immagini fino alle scritte identiche a quelle usate all’epoca da MTV. Da buon nostalgico a forza nove della musica rock (e non solo della musica) degli anni 80, l’operato dei Lockhart dovrebbe intenerirmi? Commuovermi? Rendermeli simpatici? Niente di tutto questo. Mi disturba, invece. Mi infastidisce. Ha il sapore di una pantomima fatta per il solo e unico scopo di attirare l’attenzione di nostalgici come il sottoscritto, un’esca allettante che i Lockhart ci fanno ballare davanti agli occhi per convincerci a inghiottire l’amo musicale che cela. E un’esca anche un po’ truffaldina, perché quel look da band di (odio questa definizione, ma stavolta è impossibile non usarla) hair metal non va certo d’accordo con la musica proposta da questi tre canadesi, che con la metallurgia pesante niente ha da spartire: il loro è un AOR leggerino assai e decisamente keyboard driven. Il sound di riferimento è in genere quello della prima metà dei Big 80s, con una certa enfasi pomp guastata da un suono esageratamente compresso (la dinamica è vicina allo zero) e un cantante (Devon Kerr, autore anche delle parti di chitarra e tastiere) che usa giusto un filo di voce quando si mette davanti al microfono, risultando oltretutto di una monotonia soporifera. E la musica? La title track ci accoglie con un mix sognante di Journey e Giuffria, “Can’t Shake It” e “The Dose That Made You Poison” impastano la band di Neil Schon agli Asia e magari anche agli Styx, la prima più elettrica (ma sempre con moderazione), la seconda più pomp. In “Together as None” i Nostri ricordano all’improvviso di essere canadesi, dando a questa canzone un certo smalto Honeymoon Suite, ma riattraversano immediatamente il confine con gli USA per “Under Fire”, che media il proprio sound fra Toto e Night Ranger. “Just Can’t Wait” potrebbe essere il frutto di una versione afona e sonnolenta dei Surgin’, la cover di “You Wouldn’t Know Love” è risolta bene: è una canzone del Michael Bolton tutto anema e core di ‘Soul Provider’, ma i Lockhart la fanno suonare quasi come una cosa degli Shy era ‘Excess All Areas’: ovviamente improponibile il confronto vocale tra il sussurrante Kerr e Bolton, anche quello mieloso degli album post ‘Everybody’s Crazy’. “Before the Fall” è solo un intro di tastiere pompose per “No Chance in Heaven”, anche lei molto pomposa ma pure abbastanza elettrica, e magari un po’ Giuffria. In definitiva, ‘City Pulse’ non è un brutto disco, ma che si potesse fare meglio e di più è innegabile: l’unica dote di Kerr come cantante sta nel fatto che è sempre intonato; il mixaggio è piatto come una sogliola; il songwriting scansa (ovviamente) l’originalità come la peste, ricalcando modelli arcinoti con risultati gradevoli ma certo non stratosferici (e qualche citazione di troppo). Buon artigianato, insomma, destinato più che altro a rievocare musica di ben altra caratura, appesantito oltretutto (per il sottoscritto, almeno) dall’insopportabile carnevalata che la band gli ha organizzato intorno.
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