AORARCHIVIA

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MYSTIC GAME

 

 

  • WELCOME TO THE SKY (1994)

Etichetta:Brisbane Records Reperibilità:Scarsa

 

Una delle peggiori ossessioni da cui sono afflitti tutti coloro che gestiscono e amministrano l’industria musicale (ma chi spadroneggia sui settori cinematografico ed editoriale non ne è certo immune) è quella della replicazione forsennata. Quando un genere o un personaggio o una band si affermano scatta immediatamente la caccia alla replica (o al clone, decidete voi) del personaggio, della band e del suono di successo. Elvis Presley diventa una star e cinque minuti dopo tutti si mettono in caccia del Nuovo Elvis. I Beatles e i Rolling Stones esplodono, e tempo un mese il mercato viene alluvionato di Nuovi Beatles e Nuovi Stones. I Guns N’ Roses hanno appena messo a soqquadro la scena rock che label grandi e piccole pubblicano gli esordi di Nuovi Guns N’ Roses. Eccetera, eccetera, eccetera.

Non che l’ossessione sia solo di quelli che occupano le stanze dei bottoni. Ai musicisti, il fatto di accodarsi, di mettersi in scia ai vincitori, non sembra dare problemi. E il ragionamento che sta alla base di questa strategia in apparenza non fa una grinza. Tanta gente compra i dischi dei Journey e dei Def Leppard, io gli offro qualcosa di molto simile, e la gente lo comprerà. Giusto? Mica tanto… Quanti cloni di Journey e Def Leppard sono entrati nella top ten di Billboard? E passi pure la rincorsa al suono di moda, ma ostinarsi a perseguire la clonazione dei personaggi è pura idiozia. Quanti cloni di Elvis o dei Beatles hanno avuto, non dico successo, ma almeno un pizzico di rinomanza? Il personaggio non si limita a suonare e/o cantare ma ha un’immagine, un’identità, rappresenta qualcosa, porta (in genere) un che di nuovo da cui il pubblico viene sedotto: ma perché mai il pubblico suddetto dovrebbe farsi sedurre anche da qualcuno che scimmiotta (più o meno bene) il personaggio? Che senso ha una novità di seconda mano? Alla fine della fiera, la strategia risulta sempre perdente, eppure chi comanda la barca insiste pervicacemente a seguirla.

Perché mai tutto questo lungo preambolo alla recensione dell’unica testimonianza lasciataci dai Mystic Game? Perché questa band internazionale è chiaro che sperava, vagheggiava, anelava di venire inquadrata nella categoria dei “Nuovi Guns N’ Roses”.

Band internazionale, dicevamo, e più precisamente anglospagnola. Bassista (Gary Banton), batterista (Jamie Wright, figlio di Richard Wright dei Pink Floyd) e cantante (Haydon Palmer) inglesi, mentre alla chitarra c’era il bravissimo Carlos Creator (anche produttore e mixer), spagnolo. L’album venne registrato in Spagna, in uno studio di Bilbao, e pubblicato in Giappone dalla solita Brunette e in Germania a spese della band, con copertine e scalette differenti (l’edizione giapponese comprende quattordici canzoni, quella tedesca undici).

Welcome To The Sky’, diciamolo subito, non scimmiottava affatto i Guns sul piano musicale, l’unica scheggia in cui si può ravvisare una filiazione diretta tra le band è la power ballad elettroacustica “Every Day Of My Life”. Ma che i Nostri praticassero, e con notevole efficacia, il genere street metal è innegabile: “That’s For Sure” è un inizio col botto, ponendosi al crocevia di Lynch Mob e L.A. Guns, con un bel riffing adrenalinico e un assolo nello stile eclettico di Steve Vai. “Crazy For The Rhythm” cambiava registro, guardando piuttosto ai Van Halen, ma con vocals spiccatamente glam alla Stephen Percy, e sulla stessa rotta procedevano la title track (beffarda nelle strofe, sinuosa e galoppante nel refrain, anche questa guarnita di un pregevolissimo assolo) e “When The Time Is Gone” (dove però il chitarrismo di Creator sembra influenzato più da quello di George Lynch). “That’s For Sure (Acoustic Mix)”, è una versione solo per voce, acustiche, tastiere e percussioni della prima canzone in scaletta: morbida, sognante, con un bello smalto spagnoleggiante e ombre Beatles sulle vocals. “Mystic Game”, molto diretta, era in compenso farcita di assoli spettacolari, su “I Can’t Get Enough” e “You Got It” le melodie erano di matrice Autograph, “Low” procedeva sul ritmo di una danza di guerra pellerossa scandito da un riff rotolante, “That’s Why”, acida e irriverente, impastava il David Lee Roth solista ai Kik Tracee, la già citata “Every Day Of My Life” chiudeva ottimamente un disco di buon livello e molto ben prodotto. Naturalmente, considerato che uscì nel 1994, quando la breve stagione dello street metal si era in sostanza già conclusa, e soltanto in Giappone e Germania, le speranze della band di fare concorrenza ai Guns ‘N Roses non erano altro che pii desideri. Trovarlo non è impossibile, anche se raro, i prezzi vanno dai venti dollari dell’edizione tedesca ai cinquanta per quella giapponese, a chi basta l’ascolto ecco il link su YouTube.

Tornando per un momento alla questione dei “Nuovi Guns N’ Roses”… Mi pare ci sia stata una sola band fra quelle che si misero in scia a Axl, Slash e soci che avesse compreso come occorreva muoversi per sfidare quei personaggi (quei particolari personaggi) sul loro terreno: i Love/Hate. I Guns erano provocatori, cattivi e pericolosi (chi vuole approfondire, può seguire il link alla recensione di ‘Appetite for Destruction’), dunque occorreva essere più cattivi e provocatori di loro. Fu questa esigenza che li portò alla bravata della crocifissione, con Jizzy Pearl appeso alla Y della scritta più famosa del cinema americano (ecco uno dei video su YouTube – postato da Jizzy in persona – che la documentano). Ma servì a qualcosa? Il polverone che sollevò fu modesto, e non riuscì a catapultare ‘Wasted in America’ ai piani alti di Billboard né i Love/Hate sulla copertina di Rolling Stones. Perché perfino quella bravata aveva il sapore di una novità di seconda mano. E, prima e più di tutto,  perché il pubblico non avvertiva l’esigenza di avere dei nuovi Guns N’ Roses mentre quelli originali erano vivi, vegeti e in pieno fulgore.

 

AORARCHIVIA

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BOULEVARD

 

 

  • TALK WITHOUT SPEAKING (2026)

Etichetta:AOR Blvd Records Reperibilità:in commercio

 

Niente elegie, stavolta… Eppure, come si fa a non essere almeno un po’ elegiaci quando si ha a che fare con questa band?

Se non avete le idee chiare su di loro vi invito a leggere (o rileggere) il pezzo sui primi due album, ‘Blvd’ e ‘Into The Street’, e magari anche quello che ho dedicato a ‘Luminescence’ (chi non se lo ricorda, capirà così la faccenda delle elegie): perché ripetere qui cose già scritte? Mi preme piuttosto sottolineare la differenza fra questo ‘Talk Without Speaking’ e i primi due dischi, usciti una quarantina di anni fa. Quella cifra melodica inconfondibile, fatta di luci cristalline e ombre tenere che ha sempre caratterizzato la musica dei Boulevard, non è cambiata di una virgola. Ma sono cambiati i tempi e, naturalmente, sono cambiati loro. A guardarli nelle foto che corredano il CD e ricordando i cinque giovani in tenuta da chic rocker che incedevano tranquilli e sicuri nelle notti al neon degli anni Ottanta sulla copertina di ‘Blvd’ si resta… immalinconiti? Grassi, sfatti, calvi o canuti… potevamo aspettarci da questi attempati signori, tutti più o meno in prossimità della settantina, l’urgenza, l’intensità, la tensione emotiva che caratterizzava quel disco? E, comunque, si era nei Big 80s, l’aria era percorsa da vibrazioni ben diverse da quelle attuali. Non credo che la tarda età abbia sempre e comunque un effetto sedativo e ‘Talk Without Speaking’ non è certo un disco sonnolento, ma risulta senza dubbio più riflessivo e si concede poche fiammate di energia: la presenza del sax di Mark Holden è diventata costante, giocando alla pari con la chitarra del nuovo arrivato Russell Broom. E i testi non sono certo quelli che potrebbe scrivere un under 30, anche se non mi pare questo sia un ostacolo ad una entusiastica fruizione di ‘Talk…’ (anche perché, diciamolo, quanti under 30 ascoltano AOR; meglio – anzi, peggio… – , quanti under 30 ascoltano musica rock?).

Perciò, non cerchiamo fra queste dodici canzoni qualcosa che bruci appassionatamente come “Dream On” o “You’re For Me”. Sono passati quasi quarant’anni ed è “Banbury Green” il luogo dove si sogna, in riva all’oceano, lontano da batticuori e tensioni… “Ready To Let Go” fa un po’ Toto e ci riporta vagamente agli anni Settanta, tra le tastiere e l’assolo sinuoso di chitarra, mentre la title track, dopo un lungo intro strumentale, ci offre uno squisito saggio di atmospheric power policromo spezzato da una bella fiammata d’energia nel refrain. Una chitarra simil U2 scandisce assieme al pianoforte “Perfect Time Of Day”, il crescendo di “Fly Away” sale sulle note del sax fra veli impalpabili di keys e ricami di chitarra, “Long Time Coming” imbastisce suggestioni r&b e blues in un tessuto strumentale raffinatamente notturno. “Start All Over Again”, d’atmosfera nelle strofe e appassionata del refrain, sta fra due power ballad, la classica “Heaven Help Me” e “Halo”, in cui si passa dalle acque calme delle strofe alla gloria sinfonica e drammatica del coro. “Thank You” si rivela una cavalcata luminosa ed emozionante, col suo ritmo svelto e sempre un po’ U2 e quel refrain al limite dell’anthemico, “Prologue” fa da intro a “Only Love”, ballad orchestrale che ambienta melodie beetlesiane fra i soliti, fascinosi chiaroscuri.

È un bel disco, ‘Talk Without Speaking’? No, è un magnifico disco, che ci restituisce una band in salute e ottima forma, capace di modulare il proprio classico sound senza ripetersi, autocitarsi o cadere nella tentazione di abbordare di nuovo atmosfere irripetibili per tante ottime ragioni. Produzione (opera di un misterioso GGGarth), arrangiamenti, timbriche degli strumenti, tutto impeccabile (hanno girato tre studi per inciderlo, e lo hanno fatto masterizzare da Ted Jensen). Consentitemi poi di spendere qualche parola per Mark Holden: non sarà un sassofonista sullo stesso piano di Tom Scott o Gerry Mulligan, ma è l’unico che abbia portato questo magnifico strumento a integrarsi alla perfezione nel contesto dell’AOR, rendendolo una componente essenziale nel sound della sua band.

Album dell’anno, allora? Mettiamola così: se uscirà nei restanti sette mesi qualcosa di qualità paragonabile a ‘Talk Without Speaking’, questo 2026 sarà ricordato come un grande anno per l’AOR.