recension

AORARCHIVIA

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LYNCH MOB

 

 

  • THE BROTHERHOOD (2017)

Etichetta:Rat Pack Records Reperibilità:in commercio

 

La mia personale devozione per i primi due album di questa band l’ho dichiarata più volte e dunque non c’è da meravigliarsi che ogni nuova uscita dei Lynch Mob riaccenda nel sottoscritto le speranze di poter ascoltare materiale in linea (e dello stesso livello) con quello che George Lynch incise tra il 1990 ed il ’92. Dai Mob, però, abbiamo avuto album talvolta interessanti (fanno eccezione l’orrido ‘Smoke This’ ed il fiacco ‘Sun Red Sun’) ma mai in grado di competere alla pari con ‘Wicked Sensation’ e ‘Lynch Mob’. Questo fresco di stampa ‘The Brotherhood’ non fa eccezione: ha i suoi momenti ma anche delle inspiegabili pause. C’è poi una differenza enorme a livello di produzione che è perfettamente giustificabile dal punto di vista tecnico e finanziario, meno da quello delle capacità di chitarrista di George Lynch.

L’apertura è affidata a “Main Offender”, diretta e basata su un riff zeppeliniano: altro, su questa canzone, non c’è da dire. “Mr. Jekyll and Hyde” è un po’ più movimentata, con un riff rotolante in cui si inserisce una chitarra funk, nello stesso tempo selvatica e ipnotica: non malvagia, ma suona… come dire?... troppo lineare, non c’è quasi nessuna sovrincisione e George si esprime in maniera davvero esageratamente diretta, nessuno gli chiede di riempire di shredding assassino ogni secondo di canzone, ma perlomeno inventarsi qualcosa che non avremo già sentito duemila volte… di questo non è più capace? Buona “I'll Take Miami”, in cui si apprezza soprattutto la cifra melodica del cantato di Oni Logan, mentre “Last Call Lady” è una power ballad sempre ruvida e abbastanza scontata. Con “Where We Started” tocchiamo il fondo: qui, George e compagni suonano come una versione tetra e sonnambulica dei Bulletboys: non siamo di fronte soltanto ad una brutta canzone, ma ad una scheggia di musica inutile e sciatta che mai e poi mai avrei pensato potesse venire fuori dalla chitarra di George Lynch. A chi o cosa serve roba del genere? Neppure si può qualificare come un semplice filler, è spazzatura e basta. È vero che non si tirano le somme quando sei arrivato sì e no a metà di un album, ma se su cinque canzoni ne puoi salvare (a malapena) due, come minimo le aspettative sul resto dell’opera calano drasticamente… Invece, a stupirci arriva “The Forgotten Maiden’s Pearl”, tutta chitarre acustiche, percussioni e keys arabeggianti, sexy e misteriosa. Anche “Until the Sky Comes Down” è positiva, con il suo ritmo lento, un paio di riff interessanti ed il canto dinamico di Oni, mentre “Black Heart Days” si rivela uno street metal melodico che rimanda (a tratti) a quanto fatto ai tempi di ‘Wicked Sensation’, con il plus di un refrain che arieggia un po’ i Riverdogs. Con “Black Mountain” e “Dog Town Mystics” George si tuffa nello stoner: la prima è segnata da un wah wah rauco, alleggerita da un ritornello retto da una chitarra acuta e tinnante; la seconda procede lenta e ipnotica ed è inutilmente lunga. “Miles Away” è una magnifica ballad elettroacustica che sale in un crescendo gentile, introdotta da un fraseggio misterioso, appena velata di tastiere e in chiusura si torna al blues con “Until I Get My Gold”, un blues allucinato, violentato, sinistro, con una chitarra sporchissima ed un’armonica distorta, perversamente bella.

In definitiva: un album contraddittorio, con cose notevoli ed altre semplicemente da buttare. È soltanto lo scotto che dobbiamo pagare ai tempi nuovi (pochi soldi, niente produttori)? Oppure George Lynch comincia ad essere a corto di munizioni al punto da dover rimpolpare i propri album con robaccia come “Where We Started”? Qualsiasi spiegazione vogliamo architettare, non ci dà comunque speranza di riavere prima o poi George e compagni ai livelli di trent’anni fa. Don Lisander non aveva torto:  non sempre ciò che viene dopo è progresso.

 

AORARCHIVIA

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BOULEVARD

 

 

  • BOULEVARD IV - LUMINESCENCE (2017)

Etichetta:Melodic Rock Records Reperibilità:in commercio

 

Non sono poche le grandi band AOR degli anni ’80 tornate a pubblicare album dopo un lungo iato, e con risultati non sempre all’altezza delle legittime aspettative di chi ha ascoltato la loro musica per trent’anni. C’è chi si è rifugiato nell’autocitazione (i Drive She Said) o ha provato ad allinearsi ai tempi nuovi, solo pochissimi (i Giant di ‘III’, per esempio) ci hanno dato opere confrontabili con i capolavori del bel tempo che fu. Riguardo le difficoltà “tecniche” che impediscono di incidere album di qualità pari a quelli dei Big 80s mi sono dilungato anche troppo negli ultimi tempi e non voglio tornarci ancora sopra. Anche perché questo ‘Boulevard IV – Luminescence’ sembra dirci che, se davvero si vuole, è possibile tornare a quei livelli, riproporre quel certo sound in tutto il suo splendore. Naturalmente il sound non basta: ci vogliono la produzione e (last but not least) le canzoni, e in ‘Luminescence’ c’è anche tutto questo… E, giunto a questo punto, devo stare attento a non trasformare la presente recensione in un peana insipido e roboante. Ricordo quando su Truemetal.it scelsero di recensire ‘Images and words’ dei Dream Theater semplicemente usando la poesia di Leopardi “L’infinito”: un modo originale per dichiarare la pura e semplice impotenza a tradurre in parole le emozioni che la musica può suscitare. Potrei cavarmela ricorrendo ad un approccio del genere…Ma, dato che anche gli amici di Truemetal hanno capitolato di fronte alla necessità di offrire qualcosa di più che le proprie emozioni a chi li legge ed hanno poi scritto una recensione “vera” di ‘Images and words’, mi accingo a riferirvi di ‘Luminescence’ senza condensare il mio pensiero citando opere di poeti antichi o moderni.

Se amate l’AOR sapete già chi sono i Boulevard. Se bazzicate da poco questi territori, seguite il link alla recensione dei loro primi due album per capire con chi avete a che fare. Dare un degno successore a quei due album divini era indubbiamente una sfida che David Forbes e compagni hanno vinto. E, consci che certi risultati non si possono ottenere giocando al risparmio, hanno deciso di incidere e mixare nientemeno che agli Abbey Road Studios di Londra. Al giorno d’oggi, lo sappiamo, gli album si registrano come si può, senza stancarsi troppo e, soprattutto, senza spenderci sopra cifre folli, dato che dovranno essere più che altro regalati. Non so quanto ai Boulevard sia costato registrare ‘Luminescence’, ma senza dubbio il conto finale non assommava a pochi spiccioli. Se una band si impegna tanto, e per un audience limitata come quella del rock melodico, lo fa solo per passione. Se i Boulevard avessero voluto, come tanti fanno, soltanto presentare un biglietto da visita per attirare la gente ai concerti, sarebbe bastato molto meno. Ma hanno deciso di essere all’altezza della propria fama e confezionare queste dodici canzoni come si faceva una volta, dandogli una qualità audio stellare ed una produzione sofisticata. E le canzoni, senza il minimo dubbio, meritavano tutte le attenzioni che la band gli ha dedicato. Anche se mancano due mesi alla fine dell’anno, è facile vaticinare che niente di comparabile a ‘Luminescence’ ci arriverà in questo 2017: è l’album dell’anno per chi predilige l’AOR modellato nella forma dei tardi anni ’80, quella più sfarzosa e raffinata. L’unica sua scheggia in cui si fa qualche concessione al moderno è la mesta “I Can’t Tell You Why”, tutto il resto potrebbe essere stato scritto e registrato nel 1990 o giù di lì.

Out of the Blue” apre l’album con un nuovo (per la band) feeling Beatles che permea il loro classico big sound, mentre “Life Is a Beautiful Thing” mette in campo accordi rotolanti di piano su una chitarra ruvida ed un drumming guerriero, drammatica, potente, con Mark Holden che ci dà un primo, breve, meraviglioso assolo di sax. “Laugh or Cry” esprime il più classico Boulevard sound fatto di chiaroscuri a volte impalpabili, nello stesso tempo leggiadra e fisica, con tenui sfumature r&b e splendenti intrecci di vocals, “What I’d Give” parte con un intro d’organo, entrano le tastiere, una chitarra sognante, sparse note di sax, fra il big sound e l’atmospheric power, con il sassofono che sale al proscenio nel finale. “Come Together” meriterebbe una recensione a sé, per quel feeling danzereccio coniugato con incomparabile gusto all’AOR (connubio che i puristi del rock hanno sempre guardato con sospetto o aperta ostilità): un continuo pulsare di chitarre e percussioni che si intrecciano strepitosamente sotto una melodia ariosa con il plus di una sezione fiati dal retrogusto funky. “Runnin’ Low” è un’altra scheggia di classe assoluta (la melodia mi ricorda vagamente “Rainy Day in London”, ma forse è solo suggestione), di “I Can’t Tell You Why” abbiamo già detto, una timida strizzata d’occhio al moderno, non malvagia ma forse una punta troppo cupa. “Confirmation” è calda e soul, con una melodia dal sapore anni ’70, smaltata di piano e Hammond ed il sax di nuovo protagonista, “Slipping Away” stende letteralmente tramite un arena rock anthemico, “What Are You Waiting For” è una classica ballad in crescendo, con il giusto corredo di chitarre acustiche, archi e pianoforte, “Don’t Stop the Music” chiude l’album riportandoci ancora in quell’universo fatto di divini chiaroscuri tessuti dal sax e dalle chitarre, con il refrain che esplode in una stratosfera di colore, il bridge fatto di poche, sapienti note, un middle eight esemplare nella sua efficacia.

Tutto, in questo album, è assoluta goduria per chi ama l’Adult Oriented Rock: canzoni, sound, produzione, ogni cosa è esattamente come deve essere. E, senza dubbio, tra questa / Immensità s'annega il pensier mio: / E il naufragar m'è dolce in questo mare… E preciso che questi versi del poeta di Recanati non condensano il mio pensiero su ‘Luminescence’, ma esprimono le mie emozioni al suo ascolto. Emozioni sfumate dall’inevitabile domanda: quanto passerà prima di poter ascoltare di nuovo qualcosa del genere che sia di fresca registrazione? E se questo fosse l’ultimo album di grande AOR mai inciso nel ventunesimo secolo? I Boulevard chiudono ‘Luminescence’ implorando: non fermate la musica. Io aggiungo, altrettando implorando: non fermate questa musica.

 

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D DRIVE

 

 

  • 3 D (2010)

Etichetta:Melodic Revolution Records Reperibilità:scarsa

Un’altra band misconosciuta o quasi che meriterebbe una rinomanza molto superiore a quella ottenuta sono questi D Drive, autori di tre album, l’ultimo uscito nel 2013, nati come progetto solista del chitarrista Don Mancuso, che intitolò ‘D Drive’ il suo primo (e, ad oggi, unico) album solo nel 2004, tramutando quel titolo in un monicker nel 2007 presentando una band con una line up quasi identica a quella che lo aveva aiutato ad incidere ‘D Drive’: il bravo Phil Naro dietro il microfono, Joe Lana alla batteria, Andy Knoll alle tastiere ed il figlio d’arte Richard Gramm (figlio di Lou, che compariva in qualità di backing vocalist) al basso. Per questo secondo ‘3D’ uscito tre anni dopo c’erano diversi cambi nella band, a Mancuso e Phil Naro si affiancavano John Naro (il presumibile grado di parentela fra i due non mi è noto) alle chitarre, John Taylor al basso e Bobby Bond alla batteria. Album davvero eccellente, ‘3D’: vario, benedetto da un songwriting avvincente e dalla voce chiara eppure calda e pastosa di Phil Naro. In dettaglio, con “Next Train” offrivano una bella tranche di Leppard sound era ‘Pyromania’ (in una versione un po’ più ruvida), passando con “Dig Down” al metal californiano con un corretto refrain pop. “Kiss the Ground” cambiava rotta, veleggiando agile e scanzonata verso l’Inghilterra dei Little Angels, “Chains On You” ci riportava sulle spiagge di Venice al ritmo di Autograph e Black ‘N Blue, “Never Had a Chance” era invece una bella power ballad in crescendo, dalla forte impronta classic rock. Altro cambio di scena con “Last To Fall”, marezzata di suggestioni southern rock alla Tangier/Tattoo Rodeo, mentre “Down Deep” era una scheggia di class metal dalla melodia imponente e drammatica. Il sound dei Little Angels tornava in “Always Done” e “1 To 7”, la prima morbida e policroma, la seconda anthemica e potente. In chiusura, due gemme: “Tumblin’” partiva con una chitarra funk che introduceva una parte melodica densa di chiaroscuri, terminando con un assolo molto Jimmy Page; “Welcome To My World” era elettroacustica, zeppeliniana, improntata ad un’atmosfera misteriosa, benedetta da un arrangiamento variegato e avventuroso. Peccato che di questa band non si senta più parlare.