AORARCHIVIA

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ROX DIAMOND

 

 

  • ROX DIAMOND (1992)

Etichetta:Active Reperibilità:in commercio

 

Un album degli anni cupi, questo esordio dei Rox Diamond. Uscito nel 1992, quando le ultime speranze che il grunge fosse solo un fuoco di paglia si stavano consumando, lasciandoci di fronte alla tetra realtà di un panorama musicale avviato ad una trasformazione inesorabile e completa. Niente sarebbe stato più come prima. E il futuro appariva nero seppia. Il carattere più sgradevole di quel periodo, comunque, stava nell’atteggiamento di certa stampa, che trattava – seguendo un copione già visto in UK nel 1977 con l’avvento del punk – tutti quelli che non volevano saperne di cambiare i propri gusti musicali come ottusi conservatori. Ma come, scrivevano questi soloni, ci sono i Nirvana, i Soundgarden, i Pearl Jam, abbiamo i Red Hot Chili Peppers e Marilyn Manson, per tacere di Ministry e Nine Inch Nails, e qualcuno insiste a spararsi i Bad English e i Giant e gli House of Lords? Che fesso! Mettiti al passo, vecchietto! Il bello – per modo di dire – era che il più delle volte questi discorsi venivano da gente che solo pochi mesi prima, di Bad English e House of Lords non diceva che bene. Ma ormai c’erano i Nirvana, e quindi, perché perdere ancora tempo con quella roba così sorpassata? I peggiori erano quelli che cercavano solide ragioni tecniche per un cambiamento in apparenza così repentino, un voltafaccia capitato dalla sera alla mattina che per tutti noi lontani dagli USA si presentava quasi indecifrabile. La colpa, dicevano costoro, era del rock melodico diventato prevedibile e noioso. Ecco perché i Nirvana dovevano piacerti, e basta.

Continuare a ruminare su quanto accadde in quegli anni può apparire superfluo, ma è mia salda convinzione che la morte per inedia della musica rock sia iniziata proprio con il numero uno su Billboard di ‘Nevermind’ (ma anche i Metallica del Black Album hanno le loro responsabilità). E, insomma, se a quel tempo la stampa avesse avuto la mano meno pesante con il rock melodico, se avesse supportato con obiettività il genere, forse oggi non dovremmo vedere le classifiche affollate solo di pop e rap.

I poveri Rox Diamond finirono nel tritacarne di certa critica trendista come fulgido esempio di band sorpassata, obsoleta, indegna anche di una stroncatura: da sfottere e basta, a partire da quel nome che evocava lustrini glam ormai passati di moda ed è invece una espressione gergale di inglese americano per indicare un qualcosa di gran pregio. Che poi ‘Rox Diamond’ si prestasse magnificamente al gioco al massacro dell’intellighenzia critica  è – dal punto di vista di chi il melodic rock lo ama – quasi un titolo di merito. La produzione bombastic, un singer che dormiva con i dischi cantati da Steve Perry sotto il cuscino, un chitarrista che era una vera e propria fabbrica di riff… La proposta della band veniva subito messa in chiaro da “Heart of Mine”: Journey a forza sette, solo un po’ più ruvida e spettacolare in senso arena rock rispetto a quanto faceva la band di Neal Schon. “Nothin’ I Won’t Do” coniugava in maniera eccellente il tipico big sound di rigore alla fine dei Big 80s, vagando fra Bad Company (era Brian Howe, naturalmente), Alias, Tyketto, Saints & Sinners… “Familiar Strangers” aveva un inizio un po’ confuso, fra quell’intro di keys spaziali, il bel riff prima heavy poi agile, stabilizzandosi su una melodia di stampo Journey, d’atmosfera nelle strofe e spavalda nel coro, “Never Too Late” era una classica power ballad, con qualcosa degli Alias e un assolo molto deciso, mentre Winger e Wall of Silence presiedevano a “Forever Yours”, molto elettrica, al limite del class metal. “Get the Lead Out of My Heart” era un’incursione non del tutto riuscita nel metal californiano: cominciava come i Ratt ma nel refrain virava un po’ verso i Warrant; molto meglio andava con “You’re Not the Only One”, che a tratti può ricordare i Survivor ma ha un refrain per cui gli Autograph avrebbero pagato oro. Se “Lovin’ You” percorreva la stessa rotta di “Heart of Mine”, “One Way Street” era caratterizzata dal bel fraseggiare drammatico della chitarra e dall’inatteso cambio di tempo nel refrain solare e un po’ Zebra. Si tornava alla power ballad con “Face to Face”, in un clima sempre molto spettacolare (e molto Journey), mentre “You’ll Get What’s Coming” chiudeva l’album con un class metal corredato di melodia in stile Autograph (ma quella cassa che procede a velocità da speed metal è decisamente fuori luogo).

Commercialmente, ‘Rox Diamond’ toppò non soltanto per l’infelice periodo storico, ma anche perché la band commise lo stesso errore dei White Sister di ‘Fashion By Passion’, firmando per una label britannica (la Active, sottoetichetta della MFN) senza distribuzione negli USA, con l’album pubblicato solo in Europa e Giappone. Di ristampa, ad oggi, c’è solo quella della Z Rock risalente al 2003, e meno male che ‘Rox Diamond’ è su Amazon Music, considerato che i CD passano di mano su eBay e Amazon per cifre variabili fra i 50 e gli 80 euro, segnalando l’inequivocabile status di lost gem assegnato oggigiorno ad un album maltrattato solo per il fatto di essere uscito troppo tardi.

 

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ALDO NOVA

 

 

  • TWITCH (1985)

Etichetta:Portrait Reperibilità:in commercio

 

Quella di Aldo Nova è la classica storia di un “one hit wonder”. Due milioni di copie vendute del primo album uscito nel 1982: è nata una stella, avrà pensato qualcuno... Invece, dopo un anno il secondo album, ‘Subject’, fa solo un disco d’oro (mezzo milione di copie negli USA). E passati appena tre anni, Aldo Nova è già diventato un reietto, dato che il presente ‘Twitch’ non riesce neppure a entrare nella Billboard 200. Perché? Domanda da un milione di dollari… Ovviamente,  il crollo della popolarità nulla aveva a che fare con la qualità della proposta. Neppure si può dire che nel 1985 ci fosse una concorrenza tremenda da battere in ambito rock melodico. È che, salvo per pochissimi mostri sacri, il mercato americano vive sostanzialmente di one hit wonder: il pubblico ha la memoria labile, si fa conquistare con la massima facilità da una promozione aggressiva e passa frenetico e noncurante da un album all’altro senza badare al nome che c’è stampato sopra. Insomma: indifferenza, distrazione, la rincorsa frenetica alla ultimissima novità sbandierata dalla major di turno: altri motivi per il fiasco di un album come ‘Twitch’ non si possono trovare. Ma questa semplice spiegazione non può mai bastare ai discografici: secondo loro, se un artista vende un milione di copie di un album, con quello successivo deve venderne almeno due, come minimo. E se non ci riesce, è colpa sua e basta. Obiettivamente, ‘Subject’ ebbe una promozione scarsa, ma impegnare meno soldi ed energie nel pubblicizzarlo poteva anche essere giustificato, dato che ‘Aldo Nova’ stava avendo un tale successo. Quando annunci l’uscita del nuovo album di qualcuno che sta già vendendo dischi a carrettate (il primo disco di platino venne certificato nel 1989, il secondo nel 1994, ma dopo appena quattro mesi dall’uscita – per la precisione, nel maggio del 1982 – ‘Aldo Nova’ era già diventato d’oro), magari non ritieni necessario lanciare una campagna promozionale di quelle furibonde… La Portrait se la prese invece con Aldo, perché su ‘Subject’ (secondo loro) si sentivano troppo poco i synth e troppo le chitarre. E allora, così raccontò il Nostro nel 1991, in occasione dell’uscita di ‘Blood on The Bricks’, la label gli impose più tastiere e anche di collaborare con qualche songwriter per aumentare l’appeal commerciale del futuro ‘Twitch’, cosa che non gli fece ovviamente piacere, al punto da spingerlo a dichiarare che quel disco aveva finito per odiarlo. Considerato che anche su ‘Blood…’ Aldo collaborò con vari songwriter, ci si può chiedere se pure il successore di ‘Twitch’ non gli sia soverchiamente simpatico, ma, insomma, di quello che questi signori raccontano alla stampa – soprattutto quando stanno pubblicizzando un nuovo album – non c’è mai da fidarsi, e i sentimenti del suo autore riguardo ‘Twitch’ non dovrebbero interessarci più di tanto, quello che conta è il risultato finale, che nel caso in esame fu clamoroso.

Aldo Nova’ era un signor disco, ma senza dubbio seguiva con una certa diligenza gli stilemi che i Loverboy avevano fissato l’anno precedente con ‘Get Lucky’: sviluppava, in fin dei conti, un discorso musicale avviato da altri. ‘Subject’ era un album più hard rock, nel senso che le chitarre prevalevano nettamente sulle tastiere, ma restava saldamente nei territori del rock melodico e dell’AOR come erano intesi nel 1983. Gli arrangiamenti e la produzione di entrambi erano in linea con quanto si faceva in quel torno d’anni: snelli, nient’affatto straripanti di sovrincisioni. La loro forza stava nel songwriting strepitoso. Ma registrando ‘Twitch’, Aldo (anche produttore di tutti i suoi album) fece un paio di passi avanti, disegnando praticamente lo schema che l’AOR e l’hard melodico avrebbero seguito da lì in poi. La produzione sofisticata e gli arrangiamenti policromi di ‘Twitch’ sono già il futuro, basta confrontarli con quelli di album usciti in quello stesso anno come ‘Heart’ o ‘Seven Wishes’ dei Night Ranger: se non sapessimo che è stato inciso nel 1985, potremmo giurare che è uscito nel 1989 o nel ’90. E il songwriting si manteneva di livello altissimo, con contributi da parte di gente come Tom De Luca, Michael Rudetsky, Myles Hunter, Mark Radice.

Tonite (Lift Me Up)” già diceva tutto: drammatica, adorna di un refrain semplice ma efficace che inclina verso l’anthemico, impostata su un arrangiamento ricco e variegato. “Rumours of You” era fatta di atmospheric power nelle strofe e arena rock nel coro, mentre “Surrender Your Heart” si sviluppava lungo le linee di una power ballad raffinata, fra il refrain solare e un surplus di tastiere. Movimentata e più elettrica “If Looks Could Kill”, ma anche “Heartless” vibrava di una bella urgenza, sottolineata dal refrain incalzante. “Long Hot Summer” era uno straordinario, sofisticato arena rock, in cui andava a inserirsi come per magia un coro pop incastonato fra keys spettacolari, seguita dalla drammaticità un po’ alla Michael Bolton (il Bolton di ‘Everybody’s Crazy’, naturalmente…) di “Fallen Angel”. Al classico AOR di “Stay” seguiva il ritmo irresistibile di “Lay Your Love on Me”, dove Aldo prendeva il metal californiano dei Ratt e lo sottoponeva a un trattamento di cromatura a base di tastiere e produzione lussuosa: divina. In chiusura, la title track, strumentale dal ritmo danzereccio impostato tutto su percussioni e keys, percorso da una chitarra lacerante.

Indispettito dall’atteggiamento della Portrait e probabilmente deluso dal fiasco totale e ingiustificato di ‘Twitch’, Aldo Nova cercò di svincolarsi dal contratto che lo legava a quella label e preferì rimanere fermo per cinque anni, riemergendo solo nel 1991 con il buon ‘Blood on The Bricks’: ma per lui il treno del successo era ormai passato (anche se il suo primo album continuava, come detto, a vendere più che bene), e la carriera di songwriter e produttore gli stava già dando grandi soddisfazioni. Delle sue ultime, recentissime uscite mi limito a dire che con l’AOR nulla hanno a che vedere: l’Aldo Nova di chi ama il rock melodico è quello dei primi quattro album e ‘Twitch’, nonostante quello che il suo artefice ne pensa, è non solo il migliore che abbia firmato ma, a livello di produzione, il più influente.

 

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ALIEN

 

 

  • ALIEN (1989)

Etichetta:Virgin Reperibilità:in commercio

 

Ai bei tempi che furono, regnava una generale concordia sul fatto che gli Alien fossero la miglior band AOR scandinava. Fate, Dalton, Baltimoore et alia non godevano neppure di un decimo dell’apprezzamento che la band di Tony Borg poteva vantare. Apprezzamento che nasceva dal semplice fatto che gli Alien non sembravano affatto svedesi: il loro debutto era stato registrato negli USA, sotto la guida di produttori americani che avevano anche coadiuvato la band nel songwriting. E non per semplice fiducia nelle possibilità della band, ‘Alien’ venne pubblicato dalla Virgin anche negli USA, ma piuttosto perché il sound generale del disco (ulteriormente lavorato per il mercato americano grazie ad un opportuno remix) poteva competere con quello delle band aborigene. Competere, naturalmente, solo fino ad un certo punto.

Fra la prima versione pubblicata in Svezia nel 1988 e quella americana dell’anno seguente vi sono differenze abbastanza significative: per gli USA vengono recuperate otto canzoni delle dodici in scaletta nell’edizione svedese, di cui cinque risultano rimixate, e aggiunte due track cantate da Pete Sandberg che aveva frattanto preso il posto di Jim Jidhed dietro il microfono.

Si comincia, e molto bene, con “Tears Don’t Put Out the Fire” – canzone scritta però dal produttore Chris Minto con Pam Barlow – in cui gli Alien suonano come dei Survivor più vellutati; la segue “Go Easy”, anche questa fornita da songwriter esterni, dove i riferimenti vanno piuttosto ai Foreigner, pure loro ricondotti a una dimensione decisamente AOR. Con “I’ve Been Waiting” arriva finalmente una stesura della band (ma sempre coadiuvata da Minto e dalla Barlow): aperta da una bella chitarra grattante, la canzone è animata dall’efficace contrasto fra la drammaticità delle strofe e le acque calme del coro, mentre la melodia è senza dubbio di matrice più svedese che americana: non si può non sottolineare che questo brano è la pietra angolare su cui gli Snakes in Paradise costruiranno tutto il castello del loro sound. Ma anche in “Jaime Remember”, Stefan Berggren e compagni troveranno ispirazione: qui i Journey vengono riletti fin quasi al plagio, ma la canzone resta accattivante, anche se un po’ plastificata. “Feel My Love” replica con discreta efficacia i Fortune prima della cover di “Only One Woman”, incisa dai Marbles (che furono la prima band di Graham Bonnet) nel 1968, ma scritta dai Bee Gees: perché mai abbiano recuperato questa ballad così trita e noiosa non saprei dirlo, ma il fatto che, pubblicata come singolo, abbia raggiunto il numero uno della classifica svedese, conferma le preferenze scandinave in fatto di melodie fesse e dolciastre. Sul telaio elettrico molto deciso di “Brave New Love” viene ricamata una melodia forse troppo edulcorata, poi arriva la seconda cover, “The Air that I Breathe”, che fu un grosso hit per gli Hollies nel 1974 (ma è stata incisa anche, fra gli altri, da Simply Red e Olivia Newton-John): gli Alien aggiungono una chitarra che fa tanto Def Leppard, ma la conversione rock di un brano soul non gli riesce molto bene, e alla fine, “The Air that I Breathe”, riesce noiosa quasi quanto “Only One Woman”. Funziona molto meglio “Touch My Fire”, che guarda di nuovo in direzione Foreigner, con un buon arrangiamento movimentato. “Now Love” chiude l’album di nuovo nel segno dei Journey, sia pure inquinati di melodia svedese. Dimenticavo: Pete Sandberg canta “The Air that I Breathe” e “Now Love”.

E questo è quanto. Capolavoro? Ma per favore… Buon artigianato, niente di più e niente di meno. I citati Snakes in Paradise faranno, secondo me, molto meglio dei loro ispiratori, che a tutt’oggi continuano a venire considerati semidei dell’AOR svedese anche se di propriamente svedese, il loro sound aveva, alla fine della fiera, molto poco.

 

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GLEN BURTNICK

 

 

  • TALKING IN CODE (1986)

Etichetta:A & M Reperibilità:scarsa

 

Talking in Code’, esordio di Glen Burtnick, è un perfetto rappresentante dell’assurdo in cui cade a volte l’industria musicale. Per molti anni, a fronte di una più che discreta abbondanza di copie su vinile e cassetta vendute a prezzo modico, il CD è stato una rara avis scambiata su eBay a cifre che potevano arrivare anche ai trecento dollari. Pur essendo considerato – a ragione – uno dei capolavori dell’AOR dei Big 80s, non è stato ristampato fino al 2008 e, per imperscrutabili motivi, non lo trovate né su Amazon Music né su Spotify né su YouTube. È vero che dopo la ristampa le quotazioni dei CD sono calate, ma resta, questo disco, un prodotto di reperibilità incerta sul supporto migliore, da cercare esclusivamente tra gli usati. E questo quando la Bad Reputation (prendiamo in esame una delle label più attive nel settore ristampe) riedita quell’album dei Rabbit la cui copertina vi ho raccontato nel Museo degli Orrori… Qualcuno si prende il fastidio di ristampare i Rabbit e ‘Talking in Code’ resta nel limbo degli usati…

Anche se la discografia di Glen Burtnick conta un bel po’ di dischi (considerando solo quelli da solista), è sui primi due album che si concentra l’interesse di chi ama l’AOR. Sia ‘Talking in Code’ che ‘Heroes And Zeroes’ sono album memorabili, schegge di Adult Oriented Rock di livello stellare rimasti fuori dalla Billboard 200 per motivi imperscrutabili quanto quelli che attualmente li escludono dai cataloghi di Amazon Music eccetera, e questo nonostante fossero pubblicati da una major e registrati senza risparmio. ‘Talking in Code’ era prodotto (magnificamente) da Richard Landis, e se pure Glen si presentava come one man band, alle registrazioni partecipavano molti strumentisti di assoluto valore (Alan Pasqua, Dan Huff, Bobby Messano, David Prater e Steve Smith fra gli altri), mentre il songwriting era condiviso dal Nostro con Reed Nielsen, Bob Miller e il già citato David Prater.

Crank It Up” apre l’album con un AOR high tech elegante, potente e d’atmosfera nello stesso tempo, la title track prosegue sulla stessa scia con qualche rifrazione funky in più e un refrain pop, dotata di un arrangiamento variegato e a volte imprevedibile (tanto per dirne una, quei fiati che spuntano davvero a sorpresa nel coro). Drammatica si rivela “Little Red House”, dove Survivor, Journey e Foreigner vengono fusi e serviti al calor bianco, mentre “Perfect World” si rivela una ballad elettrica d’atmosfera, più o meno sulla stessa lunghezza d’onda di John Waite. “Hole In My Pocket” è fatta di strofe secche, un refrain piacevolmente pop e tante invenzioni nell’arrangiamento che contraddistinguono anche “Brave Hearts”, dinamica e più nettamente Journey, mentre “Hold Back The Night”, nei suoi toni drammatici, aggiunge alla ricetta sfumature Fortune e Asia. “Talk That Talk” si distingueva per il magistrale intreccio di chitarre policrome, le vocals scanzonate e un gioco quasi tribale di percussioni, e quasi non ci si rende conto che qui le tastiere sono assenti, tanto risulta denso il tessuto sonoro. Se “Heart On The Line” è una power ballad sublime, “We’re Alright” chiude l’album con un vero e proprio omaggio a John Waite, un AOR hard edged in cui Glen si esprime imitando smaccatamente lo stile di canto dell’autore di ‘Ignition’.

Molti hanno sentito parlare di Glen Burtnick solo a proposito della sua militanza intermittente negli Styx, ma nessuna discografia ideale dell’AOR dei Big 80s può fare a meno di questo suo album d’ esordio, che sarebbe ora venisse di nuovo riedito o perlomeno messo a disposizione del pubblico nel formato oggi più popolare del file .mp3.

 

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DONNA CRISTY

 

 

  • PEOPLE WILL TALK (1984)

Etichetta:Phoenix Records And Tapes Reperibilità:scarsa

La carriera di Donna Cristy è lunga e variegata (per chi vuole approfondirla, ecco il link al suo sito: www.donnacristy.com) ma non si può dire abbia avuto un profilo altissimo. Peccato, perché la sua voce – con un estensione di ben quattro ottave e tecnicamente ineccepibile – avrebbe meritato una valorizzazione che (almeno fino ad oggi) è clamorosamente mancata. Il suo primo album (ce ne sono stati altri tre o quattro, ma pubblicati solo in digitale), uscì nel 1984 per una piccola indipendente e soltanto su LP e cassetta, un tipico prodotto dell’hard melodico di quegli anni, fin dall’iniziale “In Case Of Emergency”, con le sue chitarre secche e i flash di tastiere. “Don’t Give Up” riproponeva i Toto in una chiave più hard rock, mentre “Hard To Get” guardava piuttosto all’universo Journey, sempre bella tosta coi suoi toni spavaldi. Più AOR risultava “Right Before My Eyes”, contraddistinta da raffinati impasti vocali, e davvero notevole era la title track, passo felpato ma gran vigore elettrico, snodandosi tra il refrain sinuoso e un assolo di sax. Lineare ma ben assemblato l’AOR di “She Don’t Need You”, unica scheggia in cui le tastiere prevalevano sulle chitarre, “Smile For The Camera” si muoveva a un ritmo serrato fra atmosfere molto Bryan Adams, “Rockin’ Through The Night” ancheggiava alla maniera degli Headpins, corredata di un bel refrain anthemico, mentre i toni drammatici della ballad “When The Circus Comes Around” chiudevano un album di cui non si può dire che bene, ignorato da Heavyharmonies e che difficilmente (temo) troverà mai la via della ristampa.

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ATLANTIC

 

 

  • POWER (1994)

Etichetta:Music For Nations Reperibilità:scarsa

 

Gli Atlantic possiamo considerarli dei Red Dawn in tono minore. Band formata da personaggi di secondo piano della scena rock britannica, sforna nel 1994 un album che mandò in visibilio tutti gli aficionados del nostro genere, e sostanzialmente per gli stessi motivi che decretarono la traslazione nell’empireo di ‘Never Say Surrender’: ‘Power’ è pura celebrazione, senza il minimo spunto personale, le canzoni potremmo sottotitolarle assegnando a ciascuna il o i moniker che l’hanno ispirata. “Can’t Hold On” è tipico AOR canadese, “Every Beat of My Heart” e “Nothing to Lose” si rifanno ai Bad English e/o al John Waite solista, “Power Over Me” ci presenta dei Foreigner un po’ edulcorati, “When the War Is Over” guarda sfacciatamente ai FM di ‘Tough it Out’ marezzandoli di soul anche tramite una sezione fiati. “It’s Only Love” aggiunge ai soliti Bad English qualcosa dei Foreigner, dei Toto e anche degli House of Lords epoca primo album, e la band di Lou Gramm torna in ballo per “Bad Blood” e anche “Hands of Fate” (su una base di metal californiano). Ancora John Waite (da solo o con i Bad English) presiede a “Dangerous Games” (corretto con una punta di Bryan Adams) e alla conclusiva “Hard to Believe” (che pure deve moltissimo ai Journey).

Il singer Phil Bates sa travestirsi benissimo da John Waite o Lou Gramm, la produzione è ottima, la resa fonica eccellente, e in tutto ‘Power’ non c’è una brutta canzone, ma la personalità latita: come prova di stile, si può fare tanto di cappello a questa band, ma la sostanza? Un’idea, anche piccola piccola, che fosse tutta loro, non ce l’avevano? Sapevano soltanto imitare? Non contesto la qualità di ‘Power’, soltanto la sua elevazione a classico, avvenuta credo per gli stessi motivi che hanno reso immortale per il popolo del rock melodico ‘Never Say Surrender’: con l’AOR in agonia, salta fuori una band che ignorando le mode e le richieste del mercato pubblica un album che ripropone un genere decretato ormai out dalle grandi case discografiche, ricalcando in maniera più o meno sfacciata il sound di alcuni mostri sacri del genere suddetto. Non provano a diventare protagonisti, vogliono solo dimostrare quanto sono bravi come controfigure. E in quel momento storico, pare, tutti avevano un bisogno disperato di controfigure, di qualcuno che per un tre quarti d’ora potesse riportare ai bei tempi andati con canzoni che erano più che altro dei “ti ricordi?” fin troppo palesi.

Il fatto che ‘Power’ sia stato ristampato solo una volta (nel 2008, dalla Escape) e non sia presente su Amazon Music non smonta comunque – sembra – chi lo osanna, e continua a considerarlo un caposaldo del rock melodico.

 

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ALASKA

 

 

  • THE PACK (1985)

Etichetta:Music For Nations Reperibilità:in commercio

 

Non è la prima volta che lo scrivo, ma giova ripeterlo: tutto quello che i musicisti dicono riguardo la loro musica deve sempre essere preso con ampio – molto ampio – beneficio d’inventario. E dalle dichiarazioni che fanno si ricava spesso l’impressione che ritengano tutti quelli che si mettono all’ascolto dei loro album sordi e/o rimbambiti. Prendiamo il recentemente scomparso Bernie Marsden…

Quando l’opera omnia dei suoi Alaska venne ristampata per la prima volta, nel 1996 (di ristampe ne sono seguite molte altre, e li trovate anche su Amazon Music), Bernie scrisse una storia della band per il booklet dei CD. A tratti anche interessante, svelava retroscena inediti e metteva in luce il ruolo svolto da questo o quel personaggio durante la breve vita della band. Però sconcertava (a dir poco) quando Bernie affermava che con il secondo album, ‘The Pack’, cercò di incidere un prodotto che potesse andare bene per il mercato americano, dove gli Alaska non avevano certo fatto sfracelli. Lo sconcerto nasce dal fatto che è il primo disco, ‘Heart of The Storm’, quello tagliato per il mercato americano: un album di AOR perfettamente in linea con il sound dei primi anni ’80, imbottito di tastiere suonate col sequencer e ritornelli pop. Non malvagio, ma poco ispirato: si sente benissimo che Bernie sta esercitandosi in qualcosa che non tocca molto i suoi precordi. Con ‘The Pack’, invece, la musica cambia, e non di poco. Su quest’album aleggia lo spirito di una band che a Bernie doveva senza dubbio essere molto cara: i Bad Company. Il cantante Richard Hawthorn si presta benissimo al gioco e se l’apertura affidata alla forse troppo leggerina (ma dal titolo trasparente…) “Run With The Pack” fa pensare più che altro a degli Whitesnake attualizzati in senso AOR, grazie anche alle tastiere molto pop, con “Woman Like You” lo spettro della cattiva compagnia prende corpo attraverso un hard melodico notturno che recupera clima e impianto generale della band di Paul Rodgers trapiantando il tutto nel terreno del rock dei Big 80s, con timbriche cromate e riverbero a manetta. “Where Did They Go (Bonneville Blues)” è quasi una power ballad, liscia, calda, con un bel solo di sax, ma “Schoolgirl” entusiasma addirittura con un boogie che si snoda tra il pianoforte e le chitarre sfrigolanti, sexy, rovente… “SOS” è un mid tempo, blues e cadenzato, passa dal vellutato all’abrasivo con bella fluidità, completato da un assolo di Bernie davvero suggestivo, mentre è ancora boogie cromatissimo quanto ci viene servito con “Help Yourself”. La sofisticata ballad “Miss You Tonight” apre squarci AOR con il suo bell’intreccio di chitarre e tastiere (suonate, in questo disco, da Don Airey), a seguire c’è la fantastica “Thing”, che ci ridà i Bad Company da colonna sonora di film western, in uno splendido connubio di atmosfera e potenza. L’enfasi drammatica di “I Really Want To Know” chiude l’album, AOR hard edged di buona caratura, l’unica scheggia di ‘The Pack’ che si potrebbe collocare senza sforzo nell’album precedente.

Che questo bel disco – dal sound senza dubbio anni 80 ma impostato su trame melodiche ormai passate di moda – potesse arrampicarsi fino ai quartieri alti di Billboard mi pare molto improbabile. Nulla, comunque, venne fatto per spingerlo seriamente negli USA. Bernie e soci andarono in tour soltanto in Europa, e il grosso dell’attività live consistette in un giro a supporto dei Manowar: e si può immaginare che interesse poteva suscitare nel pubblico di Joey De Maio e compagni una band come gli Alaska (e non mi meraviglierei se all’individuo dalla mente perversa o sconvolta che ebbe l’idea di farli comparire sullo stesso palcoscenico sia stata poi messa la camicia di forza). Le vendite irrilevanti spinsero Bernie a chiudere questa avventura già nel 1985, solo pochi mesi dopo l’uscita di ‘The Pack’. L’anno dopo ci fu l’abortito progetto MGM, con Mel Galley, Neil Murray e Bobby Kimball (qualcosa venne registrato ma, ad oggi, nulla è stato pubblicato), poi iniziò – ed è andato avanti sotto vari moniker – il lungo sodalizio con l’altro ex Whitesnake Micky Moody.

Tornando alle dichiarazioni di Bernie riguardo ‘The Pack’ e il suo target… Fu solo smemoratezza (erano passati, non dimentichiamolo, undici anni) o puro autoinganno? Forse Bernie entrò in studio pensando davvero di incidere un altro album che potesse fare concorrenza a Journey o magari Ratt, ma, contrariamente a quanto era accaduto l’anno prima con ‘Heart of The Storm’, si fece guidare in questa occasione (più o meno inconsciamente) dal cuore invece che dalla testa, confezionando un disco che chi ama gli ultimi Bad Company e tutte le produzioni soliste di Paul Rodgers non può che tenersi caro.