recension

 

AORARCHIVIA

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WHITESNAKE

 

 

  • FLESH & BLOOD (2019)

Etichetta:Frontiers Reperibilità:in commercio

 

Dare un degno successore a quei due monumenti intitolati ‘Good to be Bad’ e ‘Forevermore’ non poteva essere facile. L’addio di Doug Aldrich ha sicuramente complicato le cose per David Coverdale, che dopo una lunga pausa occupata da auto celebrazioni (il bel ‘The Purple Album’) e gli inevitabili live, torna infine con una raccolta di canzoni assemblata stavolta con il supporto di Joel Hoekstra.

Le recensioni – soprattutto quelle pubblicate dalla stampa cartacea – sembravano far intravedere una sorta di ritorno ai tempi di ‘Trouble’ o ‘Ready and Willing’. Le interviste al nostro amabile marpione non confermavano nè smentivano il sospetto, seguendo il solito cliche: gli ultimi album buttati più o meno nella merda e il prodotto fresco di stampa esaltato oltre ogni decenza. Ma chiunque abbia superato l’adolescenza sa benissimo che le interviste rilasciate in occasione dell’uscita di un nuovo album sono per il novantanove per cento propaganda, marketing, e lasciano regolarmente il tempo che trovano. Ascoltando ‘Flesh & Blood’, infine, cosa troviamo? Un album buono, che segue principalmente la falsariga dei suoi più recenti predecessori ma stavolta non fa gridare al miracolo. Fra le tredici canzoni dell’edizione base, la track meno interessante risulta “Always & Forever”: le strofe sono uguali a quelle di “All for Love” (su ‘Good to be Bad’) ed il refrain è opaco. Niente più che un filler, e catalogherei a quella voce anche “When I Think of You (Color Me Blue)”, parafrasi di “Is This Love” impostata su un refrain altrettanto smorto. Il meglio? “Trouble Is Your Middle Name”: metallica, insinuante, agile e potente, su ‘Good to be Bad’ non avrebbe certo sfigurato. Stessa ricetta in versione party metal per la indiavolata “Get Up”, mentre “Well I Never” ha toni piacevolmente bluesy sulla base di metal cromato, sempre in armonia con le atmosfere di ‘Good…’ e ‘Forevermore’. Questi sono, secondo me, i brani top. Il resto? L’arena rock della title track è notevole ma manca un po’ di personalità (bella quella filza di assoli spettacolari). “Shut Up & Kiss Me” ormai la conoscerete tutti a memoria, ne hanno fatto il primo singolo ed il videoclip è in giro da più di un mese: metal californiano allupato e festaiolo, in linea con il materiale analogo di ‘Slip of The Tongue’, e a quello stesso periodo guarda anche “Hey You (You Make Me Rock)”: zeppeliniana, un po’ cupa nelle strofe diventa anthemica nel refrain. “After All” è una ballad per chitarre acustiche e tastiere che personalmente mi dice poco, mentre “Heart Of Stone” è un po’ grave, decisamente bluesy, e suona come una versione OGM di “Don’t Leave Me This Way’” (da ‘Coverdale/Page’) o “Take me Back Again” (su ‘Restless Heart’). “Good To See You Again” e “Gonna Be Alright” sono le track più vicine alla dimensione britannica della band, ma sempre reinterpretata in chiave  metallica, sulla seconda c’è una successione di assoli che rispecchia perfettamente le stesure anni ’70: prima una chitarra pulita e melodica (chi ha fatto, tra Reb Beach e Hoekstra, il verso a Bernie Marsden?) e poi una slide molto Micky Moody. Chiude l’album “Sands Of Time”, che procede solenne e indecisa tra Rainbow e Led Zeppelin, con un refrain che (curiosamente) mi ricorda gli Zebra.

La tentazione, a questo punto, è irresistibile: come fare a non chiedersi che sarebbe stato ‘Flesh & Blood’ se al posto di Hoekstra ci fosse stato di nuovo Doug Aldrich? Soprattutto dopo aver ascoltato l’ultimo, bellissimo album dei Burning Rain (l’ho recensito sul numero 36 di Classix Metal)… Non che a Joel Hoekstra si possa rimproverare davvero qualcosa, suona benissimo lungo tutto l’arco dell’album, però come songwriter ha dimostrato di non essere proprio un fuoriclasse (il suo album solo di tre anni fa non era certamente un capodopera: per saperne di più, seguite il link), mentre è chiaro che Doug mise nelle canzoni di ‘Good…’ e ‘Forevermore’ ben più che qualche riff e gli assoli: tra lui e David Coverdale si era creata un'alchimia che ha prodotto due capolavori e non possiamo che rammaricarci del fatto che quella gloriosa società si sia sciolta.

 

 

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REBECCA DOWNES

 

 

  • MORE SINNER THAN SAINT (2019)

Etichetta:Mad Hat Records Reperibilità:In commercio

 

Chi ricorda la mia recensione del suo ultimo lavoro di studio, ‘Believe’, avrà notato che ‘More Sinner Than Saint’ ha una diversa collocazione nel sito: ‘Believe’ sta nell’HARD BLUES DEPARTEMENT, questo nuovo album è ospitato in AORARCHIVIA, e non per caso. Rebecca ha lasciato la musica del diavolo e anche se la sua vocalità è sempre quella di una cantante blues, la materia di cui è fatto ‘More Sinner Than Saint’ è rock al cento per cento, rock sospeso tra passato e presente, in più di un frangente molto vigoroso ed elettrico, policromo, assemblato con la consulenza alla produzione di Chris Kimsey (Rolling Stones, Peter Frampton, Marillion, Yes), prodotto dal bravo chitarrista della band, Steve Birkett, mixato da Bill Dresher e Chris Childs, con due ospiti di livello come Tony Clarkin dei Magnum e Alan Nimmo dei King King per due assoli di chitarra. Si parte fortissimo con “Take Me Higher”, dal sapore vagamente vecchi Whitesnake, fascinosa e potente, mentre “Chains Fall Down” si concede al moderno con un’atmosfera drammatica e notturna, lenta nelle strofe e bella tosta e intensa nel refrain. “Screaming Your Name” è una power ballad imponente e a seguire c’è il rock stellare di “Hurts” (ecco il link al videoclip), non distante dai King King, sexy e vivace. Il gran crescendo di “With Me” (un po’ bluesy, lenta ma elettrica, potente e ariosa), precede le atmosfere southern di “Wave Them Goodbye” (cantata in duetto con qualcuno che nella bio fornitami non è identificato, sorry), la title track è decisamente moderna, luminosa e d’atmosfera, avrebbero potuto firmarla anche i W.E.T. “If I Go To Sleep” è un vero masterpiece (altro videoclip) riuscendo nello stesso tempo e con pari intensità notturna, suadente e anthemica, per non parlare della carica erotica nella voce di Rebecca… “Stand On My Feet” è una bella scheggia di big sound, ma con una chitarra forse troppo grave. Si torna al southern (patinato e melodico) con “Big Sky”, e notevolissima risulta anche “In Reverse”, come se i W.E.T. si mettessero a fare il blues. Chiude “Breathe Out”, power ballad elettroacustica densa di chiaroscuri ammalianti.

Chi ha letto quanto ho scritto riguardo ‘Believe’ potrà avere di nuovo l’impressione che io, questa donna, l’abbia adottata o qualcosa del genere. Ma in tanti anni che mando avanti questo sito e scrivo recensioni poche volte mi era capitato di imbattermi in un’artista così talentuosa e assolutamente meritevole di tutto il supporto che il sottoscritto, nel suo piccolo, può darle.

 

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VALOR

 

 

  • MAKE IT BIG (2007)

Etichetta:Retrospect Reperibilità:in commercio

 

Se il materiale qui presente sia da considerare unreleased oppure sia stato già pubblicato da qualche piccola label locale o sotto forma di demo, non è chiaro. La Retrospect dichiarava che veniva presentato su CD per la prima volta, ma questo può significare qualsiasi cosa. Di certo, di questi Valor non si era mai sentito parlare fino al 2007, quando la label americana pubblicò ‘Make it Big’ e ‘Toy Soldier’, che probabilmente rappresentano tutto quanto il moniker ha mai inciso durante la sua esistenza (furono attivi a Denver, tra il 1987 e il 1993). I Cinque membri della band non hanno registrato altro, scomparendo nella nebbia e lasciandoci solo un pugno di canzoni che testimoniano però una notevole valentia modellata dalla produzione (addirittura) di Geoff Workman e Rodney Mills.

Make it Big’ conteneva undici canzoni: otto, diciamo così, “complete” e tre siglate “demo”. La title track forniva in maniera esauriente il quadro della proposta di questa band: con un cantante che pareva un clone di Marq Torien, la canzone suonava come un incrocio fra Van Halen e Queen, con la chitarra solista in pieno shredding selvaggio: quasi come i T-Ride, insomma, ma senza la follia da ricovero d’urgenza in manicomio che caratterizzava quella band. “Out On a Wire” parlava la lingua degli Autograph, “My Heart” approdava dalle parti dei primi Bon Jovi con un bel surplus di melodia mentre “Dixie” tornava ai Van Halen, quelli più divertiti e swinganti. Notturna si rivelava “Save a Prayer”, un po’ Whitesnake e un po’ Great White, ma con “Times Are Changing” i ragazzi sparavano un’altra piece originale, snodandosi fra i tamburi tribali in cui andava ad incastrarsi un riff zeppeliniano, il tutto adagiato in un telaio variegato e policromo e un po’ nevrotico: le tastiere, il basso slappato, gli impasti vocali… “Walk On By” ricorreva a soluzioni r&b e soul in un contesto che richiamava vagamente i Neverland e ancora i Van Halen venivano chiamati in causa per “Rock’N’Roll Revival”: saltellante, scatenata, con i fiati campionati che impazzano.

Arrangiamenti fantasiosi, creativi e a volte un po’ folli, produzione di classe: un recupero di valore, di nome e di fatto.

 

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BAD ENGLISH

 

 

  • THE LOST TAPES (?)

Etichetta:? Reperibilità:incerta

 

Prima di cominciare a parlarvi di questo bootleg che contiene diverse track unreleased dei Bad English (non si sa se risalenti alle session del primo o del secondo album; qualcuno sostiene che in realtà siano da attribuire al solo John Waite, ma chi suona qui è sicuramente Neil Schon, il suo stile è inconfondibile; anni fa, poi, quando mi trovai a scambiare qualche mail con Ron Nevison, lui in persona mi confermò l’esistenza di materiale inedito avanzato dalle session di ‘Backlash’), è opportuno definire con una certa precisione che cosa è ed a cosa serve un “rough mix”. Si tratta di un mixaggio veloce e fatto alla buona (dal produttore o dall’ingegnere del suono) delle tracce registrate sul multipista, per dare alla band un’idea di quello che sta facendo, o di come sta venendo fuori una canzone. È come una sorta di appunto scarabocchiato senza troppa cura, in attesa di ricopiare tutto per metterlo in bella copia: si fa velocemente, si ascolta magari due o tre volte e poi si butta via, e della qualità audio di un rough mix, naturalmente, nessuno di preoccupa più di tanto. Le canzoni qui presenti sono evidentemente rough mix e di quelli fatti proprio di corsa, senza alcun riguardo per la resa fonica. In tanti anni di ascolti non avevo mai – e sottolineo mai – sentito dei rough mix dal suono così schifoso: forse chi li ha trasposti in digitale (magari da una cassetta) non era propriamente abile come Bob Rock o Keith Olsen al banco del mixer, ma la quantità indecente di rumoracci che infestano queste canzoni non si può spiegare solo con l’incompetenza di chi le ha compilate. L’ascolto è una mezza tortura per le orecchie e ben poco si riesce a distinguere fra la sinfonia di ronzii, fischi, statica assordante, distorsione che sembra acquisire vita propria. Se qualcuno di voi ha visto quel vecchio film, ‘Airheads’, ricordando la scena in cui un cane piscia sulla cassetta con il demo dei Lone Rangers, non potrà non immaginare che i nastri da cui le canzoni qui presenti sono state estratte abbiano subito un trattamento equivalente. Ma questo passa il convento, e finché qualche anima buona non ci servirà questo materiale in una forma consona, se vogliamo ascoltare musica che porti impresso il marchio di quella band mirabile, dobbiamo accontentarci (naturalmente, presupponendo che il materiale in esame ci possa effettivamente essere servito nella forma consona auspicata: forse, tutto quello che resta sono proprio questi rough mix, i nastri originali sono stati cancellati, riusati, perduti… quien sabe?).

Per principio, da un lotto di canzoni scartate dagli autori non dovremmo aspettarci gemme: se le hanno buttate via, ci sarà stato un motivo, dopo tutto… Ma si resta perplessi scoprendo che tra le canzoni buttate via c’è anche quella ‘Full Circle’ scritta da Jonathan Cain che Stan Bush inciderà nel 1993 su ‘Every Bit of my Heart’ (con un testo diverso, almeno nelle strofe, ma nel ’93 Stan Bush figura come coautore della canzone: evidentemente fu lui a cambiare i versi) e che di quel disco costituisce uno degli highlight. Resta il fatto che alcune track qui presenti, se incluse in uno dei due album ufficiali non avremmo potuto fare a meno di considerarle dei filler: “The Way You Say Goodbye” (che ha molto del John Waite solista e anche qualcosa dei Bon Jovi, prima acustica poi elettrica); la power ballad “Stay With Me”; “Love Can’t Find You” (AOR dal refrain amorfo, con un John Waite che a tratti suona stranamente incerto, quasi questa ripresa di vocals fosse stata solo una prova), “Get You Back In My Life” (diretta, con la chitarra ritmica sul canale sinistro tanto distorta da diventare solo un rumore crepitante e insopportabile). Su un altro livello sta il big sound di “Who Is This Talkin’”, con il suo ritmo pulsante, il riffing secco ed il refrain essenziale e melodico, e l’atmospheric power di “Hard Rain”, con il suo bel solo di pianoforte. Di “Full Circle" abbiamo già detto, aggiungiamo che l'arrangiamento fa meno heartland rock, risultando più drammatico e d'atmosfera rispetto a quello sviluppato successivamente da Stan Bush; a quelle altezze sale anche “World Gone Wild”, AOR sofisticato e d’atmosfera in crescendo con refrain elettrico, mentre “Pretty Lies” ha di nuovo molto del J. Waite solista (e la qualità audio migliore del lotto). Il top (per me) sta in “Love Burns” e “Inner City Refugees”, entrambe drammatiche e potenti, ricche di quei chiaroscuri che tanto caratterizzavano il sound di questa band unica e inimitabile.

Tirando le somme: qui non c’è un’altra “Heaven is a Four Letter Word” e neppure una nuova “Pray For Rain”, e queste undici canzoni non aggiungono nulla di imprescindibile o fondamentale a quanto i Bad English ci avevano già dato sui due album ufficiali. Ci sono però almeno sei o sette pezzi che avrebbero comunque meritato la pubblicazione e vorremmo tanto poter ascoltare in una veste degna.

 

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2 DIE 4

 

 

  • 2 DIE 4 (1992)

Etichetta:Morgan Creek Records Reperibilità:scarsa

 

Cosa succede quando una band ottiene successo con un’alchimia sonora inedita? Immediatamente spuntano i suoi discepoli: musicisti che studiano l’alchimia sonora che ha riscosso il successo e tentano di riproporla, più o meno fedelmente.

Quando i Little Angels fecero il botto in UK (seguite il link per i dettagli), senza dubbio non mancarono seguaci del sound da loro codificato, ma sembra che gli unici riusciti ad arrivare al contratto discografico furono questi 2 Die 4, giovani (all’epoca) emuli di una band che sembrava destinata a diventare un caposaldo dell’hard melodico inglese e invece sparì senza lasciare grandi impronte nel firmamento rock britannico. Neppure i 2 Die 4 riuscirono a sopravvivere a lungo, si sciolsero poco dopo la pubblicazione del loro primo e unico album, un lavoro promettente, testimonianza di una ottima verve compositiva che qualunque fan degli Angels non avrebbe potuto non accogliere con piacere. La vena scanzonata e la matrice melodica della band di Toby Jepson veniva riproposta con grande efficacia nell’arena rock spettacolare piazzato in apertura “Walk Right Now”, mentre la divertente “You Got What It Takes” erano i Little Angels trasposti in un’idedita versione california metal. “Sorry I Broke Your Smile” era quasi una power ballad che la band madre avrebbe firmato con orgoglio, mentre si tornava all’arena rock bombastic (su riff AC/DC) con “Living for the Moment”. Dopo i chiaroscuri di “Green With Envy” veniva il clima anthemico e metallico di “Deliver Me from Evil”, con “No Bars at the Zoo” (che esibiva una melodia a metà strada fra “I Ain’t Gonna cry” e “Radical Your Lover”) e “Come Inside” si andava molto vicini alla clonazione pura e semplice, “How Can You Believe in Love?” era una power ballad ariosa dalle sfumature Beatles. Il gustoso party rock “Make Up Your Mind (Hey, Hey)” precedeva “Emotional Earthquake”, con il suo riffone alla “Kashmir”, solenne e pomposa e a tratti forse troppo cerebrale.

Le quotazioni di ‘2 Die 4’ sono bassissime, lo danno via per pochi dollari sia su Amazon che su eBay: se amate i Little Angels, riempirà benissimo i vuoti tra un ascolto e l’altro di ‘Young Gods’ e ‘Jam’.