RECENSIONI IN BREVE

 

 

AORARCHIVIA

MICHAEL FURLONG "Breakaway"

Ristampato nel 2009, questo secondo ed ultimo album di Michael Furlong parlava la lingua dell’AOR e del pop rock di metà anni ’80 (uscì nel 1987): tastiere in abbondanza, batteria elettronica, chitarre ben amalgamate nel mix per un sound che pur guardando ai numi Journey e Toto aveva come punto di riferimento soprattutto le alchimie sonore già sperimentate da John Parr e Van Stephenson. Il songwriting non faceva gridare al miracolo ma produzione e arrangiamenti rendevano piacevole l’ascolto. La top song era “You Better Watch Your Step”: chitarra funky, atmosfera notturna e fascinosa, melodia maschia alla John Parr. Un recupero non doveroso, ma sicuramente non superfluo.

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MFN - 1987

 

AORARCHIVIA

RAINMAKER "Rainmaker"

Ecco una delle tante testimonianze della valentia di quel genietto del rock melodico di nome Tommy Denander. Durarono appena un album, i Rainmaker, solo uno dei tanti progetti in cui il vulcanico svedese è stato coinvolto, undici canzoni che ci davano al suo meglio il sound raffinato e marezzato di prog che Tommy porta in giro da una trentina d’anni. Fra richiami agli Steelhouse Lane (“Father Of Your Sins”, con la sua melodia di marca Journey ed il refrain ad un passo dal r&b, l’arena rock agile di “Bad Call”, le architetture dinamiche e potenti di “Nancy Hold On”), Mitch Malloy (le trame elettroacustiche di “The Sound Of My Heart”) e Bryan Adams (“Passion Again”), ‘Rainmaker’ scorreva piacevolmente, pur con qualche intoppo qua e là (la title track è inutilmente lunga e poco incisiva, il clima epicheggiante alla Magnum di “Going Insane” mi dice poco, “King Of Fools” è un po’ confusa, come se c’avessero messo troppa roba dentro). Sarebbe ora che qualcuno pensasse ad una ristampa.

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Z Records - 2000

 

AORARCHIVIA

THE END MACHINE "The End Machine"

Ma questi The End Machine, sono i Dokken senza Don Dokken, oppure i Lynch Mob del secondo album con Jeff Pilson? Comunque vogliamo considerarli, il suono segue le tracce degli ultimi album dei Mob e anche dell’ultimo Warrant (prodotto, non è certo un caso, da Pilson), con una dose maggiore di street metal melodico nella miscela. Rispetto agli ultimi album della band di George, i suoni di chitarra sono molto più belli, nitidi e colorati, gli arrangiamenti e la produzione curati e, insomma, Jeff Pilson non sarà Ron Nevison o Keith Olsen, ma la sua presenza dietro il banco del mixer si sente. E quel che conta, il songwriting? Molto anni ’80 e primi ’90,  e buono senza stupire. Il meglio sta nei toni anthemici di “Bulletproof” e “Line Of Division”, le trame ipnotiche in cui va ad incastrarsi un refrain solare di “Burn The Truth”, le cadenze insinuanti di “Hard Road”; il peggio in “Sleeping Voices”, che tiene fede al titolo essendo soporifera e troppo lunga. Il chitarrismo di George Lynch resta sempre la carta vincente, anche se meno spettacolare e avventuroso che nel passato, e il risultato globale è decisamente superiore all’ultimo Lynch Mob.

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Frontiers - 2019

 

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TRISHULA "Scared to Breathe"

Prevedibilmente, questa band guidata da Neil Fraser (ex Ten e Rage of Angels) ha un suono decisamente Ten oriented, magari con qualche nuance Journey e tracce (lievi) del suono svedese contemporaneo. Il songwriting è pregevole e ci sono almeno due perle: “Don’t Let Go”, non tanto distante dai Ten degli anni d’oro, e “A Love so Cruel”, più vicina al sound molto Little Angels di ‘Stormwarning’ (album che segnò il breve periodo di militanza di Fraser nella band di Gary Hughes). Produzione e resa fonica sono eccellenti, anche se le canzoni sono sempre troppo lunghe. Rimane enigmatica la scelta di un moniker bellicoso (la trishula è una sorta di tridente che in India ha un significato magico e religioso) e di un’immagine di copertina da film horror, più adatta ad una band heavy metal sanguinolenta e assatanata.

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AOR Heaven - 2019

 

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BAD CITY "Welcome to the Wasteland"

Questo unico album dei Bad City ha una sua importanza dal punto di vista storico: rappresenta difatti l’ultimo tentativo da parte di una major label di proporre al grande pubblico musica inquadrabile nella categoria del rock melodico, un rock melodico calibrato secondo i gusti del pubblico rock degli anni Zero che mescolava con intelligenza Def Leppard, Queen e Kiss ai Green Day ed agli Smashing Pumpkins. Fu un fiasco bestiale (numero 182 di picco sulla Billboard 200) nonostante i commenti ben più che entusiastici di Paul Stanley e tour di supporto proprio agli Smashing Pumpkins ed a Slash, e dopo poco più di un anno la band era già morta e il tentativo archiviato, ennesima dimostrazione che i revival (più o meno camuffati) attecchiscono solo molto di rado nei terreni della musica da alta classifica.

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Atlantic - 2010

 

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TOTAL STRANGER "Total Stranger"

La Lions Pride ha avuto la buona idea di ristampare l’esordio di questa band canadese, risalente al 1997. Salvo per  “Bed of Lies”, che razzola malamente dalle parti degli ultimi Ratt con un metal californiano cupo e noioso, l’album batte benissimo i territori dell’AOR hard edged sulla scia di act simbolo come Honeymoon Suite e Glass Tiger, oppure deriva verso le atmosfere classic rock cromate di Bryan Adams e del Bon Jovi più root. Difficile individuare degli highlight, perché il livello generale è costantemente sopra la media ma l’arena rock anthemico e drammatico di “The Mask”, l’impasto elettroacustico di “Big Dream” e quella ballad dall’atmosfera misteriosa intitolata “Guardian” sono probabilmente le schegge più riuscite di un album davvero interessante.

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Sphinx Ministry - 1997

 

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MICHAEL THOMPSON BAND "Love & Beyond"

Il ritorno di Michael Thompson all’AOR dopo  i furori elettrici di ‘Future Past’ (per saperne di più, c’è il link) è gradito: purtroppo, il Nostro come songwriter sembra arrivato più o meno alla frutta: gran parte delle canzoni sono banali, fiacche e scontate e il grandissimo guitar work non può supplire alla mancanza di ispirazione che affligge una buona parte del materiale presentato. C’è del buono in “Just Stardust”, “Starting Over”, la title track e “Supersonic” ma è troppo poco per promuovere ‘Love & Beyond’. I tempi di ‘How Long’ (altro link per chi non ricorda) sono molto lontani, in senso letterale ed in quello lato dell’espressione.

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Frontiers - 2019

 

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PAUL GILBERT "Behold electric Guitar"

Fusion sopraffina quella che Paul Gilbert ci propone nel suo ultimo album: una chitarra dal suono sempre rigorosamente rock (hard rock, molto spesso) che si esprime con agilità jazzistica e in più di un frangente dialoga con basso, batterie e tastiere secondo i modi dell’interplay tipico del jazz. Lenta e melodica o suonata con uno shredding a velocità vertiginosa, la chitarra di Paul Gilbert è sempre straordinaria, intensa, magistrale, amalgamando rock, jazz, funk e blues in un mix dal fascino irresistibile.

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Music Theories - 2019