PREMESSA
Tutto quanto viene dopo gli asterischi è stato ovviamente scritto prima che questi dischi venissero miracolosamente ristampati (e rimasterizzati!). Un altro brutto colpo per contraffattori e speculatori. Ed una lezione per gli impazienti che hanno speso un centinaio di dollari per ottenere dischi che oggi vengono venduti per una quindicina di euro. Il webmaster non smetterà mai di consigliare pazienza: tutto viene a chi sa aspettare...
* * *
E vai con le lost
gems... Questa è tutta pubblicità gratuita a favore di quei
fortunati possessori dei dischi in esame che decidono di metterli
all’asta su e-bay per pagarcisi la vacanza alle Maldive, lo so, ma
ormai ho praticamente perso le speranze di vedere i primi due album
degli Hurricane ristampati, non chiedetemi per quale motivo le labels
specializzate preferiscono ripubblicare i dischi dei Madam X o dei
Mariah, spesso non c’è un senso o una logica dietro certe scelte,
altre volte si tratta di beghe legali, problemi a rintracciare tutti gli
aventi diritto alle royalties (e sono molti di più di quello che
potreste immaginare) o addirittura a rintracciare i nastri originali,
tutta una caterva di firme, permessi, e Dio sa cos’altro, e solo per
poterne stampare un migliaio di copie, magari. In questo campo, occorre
accontentarsi di quello che si trova, senza andare troppo per il
sottile, e sopratutto avere una pazienza a prova di bomba: sediamoci
sulla riva del fiume, insomma, e chissà che, prima o poi, non vedremo
passare fra i flutti anche i due primi album degli Hurricane. Per descrivere efficacemente
questa band si può usare quel certo modo di dire: gli allievi che
superano i maestri... perché il primo nucleo degli Hurricane era
formato da Robert Sarzo (chitarra) e Tony Cavazo (basso), i fratelli
minori di Carlos Cavazo e Rudy Sarzo, rispettivamente chitarrista e
bassista dei prime movers
della scena L.A. metal, i Quiet Riot. Prima di venir presentati da Kevin
DuBrow (il vocalist dei Q.R.) in persona, i due avevano avuto già
esperienze significative, Robert sopratutto come sessionman, Tony negli
Snow e nei Dangerface e negli stessi Quiet Riot. Dopo un periodo
discretamente lungo di assestamento che vide transitare nei ranghi della
band anche Michael Guy (Fire, Shark Island e House Of Lords), John Ward
(London, Madam X, Trouble) e John Shearer (David Byron Band e Wolf), gli
Hurricane si stabilizzarono con Jay Schellen dietro i tamburi (già con
Badfinger e Lita Ford) e Kelly Hansen al canto, che veniva da esperienze
sopratutto in campo pop. Invece di mettersi a sgomitare con la torma di
bands che affollava i clubs di Los Angeles sperando di essere notata da
qualche promoter, gli Hurricane decisero di promozionarsi finanziandosi
di tasca propria la registrazione di un EP, ‘Take
what you want’, una mossa intelligente che li portò subito
all’attenzione della Enigma Records (la più grande delle indipendenti
o la più piccola delle majors, come preferite). E nel 1988, prodotto
nientemeno che da Bob Ezrin, usciva nei negozi il primo album, ‘Over
the edge’, un masterpiece che catapultava istantaneamente gli
Hurricane nell’olimpo del class metal. Le dieci canzoni di
quest’album ci presentavano una band capace di proporre musica che,
pur nel rispetto degli stilemi più in voga, sapeva ritagliarsi un
proprio spazio con originalità (senza dubbio, grazie principalmente agli
imput di quel genio della produzione che sedeva dietro il banco del
mixer), al punto che gli Hurricane potevano
addirittura porsi come nuovi punti di riferimento, e se ciò non è
accaduto, dobbiamo darne la colpa solo alla mancanza di coraggio di
tante bands ansiose di rincorrere Ratt e Dokken piuttosto che rischiare
qualche alchimia che li allontanasse dai soliti luoghi comuni. In
pratica, solo gli Unruly Child trarranno qualcosa da queste atmosfere (e
non è un caso, dato che Jay Schellen prima e Kelly Hansen poi,
militeranno nei ranghi di questa straordinaria band), la title track
sembra addirittura prefigurare ciò che Bruce Gowdy e Guy Allison
faranno di lì a qualche anno: un intro d’atmosfera, le armonie di
chitarra acustica, Kelly che entra planteggiando elegantemente e poi il
ruggito del riff elettrico, un grande refrain, la continua alternanza
elettrico/acustico è già una sorta di atto di sfida ai cliché che
vogliono il brano d’avvio di un disco sia sempre veloce e diretto. “I’m
eighteen” è, naturalmente, il classico di Alice Cooper,
un’altra sfida (proposta, suppongo, da Ezrin, che la canzone la produsse
e forgiò con Alice e la sua band) che la band stravince, rileggendo quello che in origine
era un anthem essenziale e rabbioso attraverso la sensibilità melodica
dei Big 80s. “I’m
on to you” poggia sul martellare implacabile della cassa e sui
ringhi della chitarra elettrica su cui si adagia il cantato melodico e
potente di Kelly ed una smalto vago di tastiere. “Messin’
with a hurricane” è un anthem di classe stratosferica,
sfumature funky su un tessuto vagamente Ratt, suadente ma elettrico, un
refrain avvolgente... “Insane” è un
superbo mid tempo bluesato, aerosmithiano, Kelly cambia registro
esprimendosi su toni ironici e scanzonati, l’assolo è uno splendido
dialogo tra la chitarra e l’armonica dell’ospite Jimmy Zuala. Più
classiche “We are strong” (con un refrain
che arieggia un po' quello della "Promises" dei White Sister) e “Shout”,
ombre Bonjoviane sulla prima, riflessi di metal californiano nella
seconda, mentre “Spark in my heart” è heavy,
drammatica, solenne eppure sempre cromata e melodica, con un
sorprendente bridge Vanhaleniano, ma forse la cosa più avventurosa (di
sicuro è quella più divertente) risulta
“Give me an inch”, pop metal che guarda
ai Cheap Trick e - tenetevi forte - ai Duran Duran. Chiude il disco la
stranissima “Baby snake”, uno strumentale
veloce, tirato, alla Racer X, ma tutto resta in sottofondo mentre in
primo piano scorre una confusa sequenza di conversazioni
telefoniche: indecifrabile. La band torna al disco nel 1990,
Robert Sarzo se n’è andato e, dopo una breve permanenza di Carlos
Cavazo, il posto di chitarrista è preso dal bravo Doug Aldrich, mentre
la produzione è affidata a Michael James Jackson. ‘Slave
to the thrill’ è un signor disco, ma non replica gli scenari
avventurosi di ‘Over the edge’, e non
saprei se attribuire questa vena più convenzionale alla dipartita di
Robert Sarzo o piuttosto alla mancanza degli input di quel genio della
produzione che è Bob Ezrin (Mike Clink agisce più che altro da
ingegnere del suono nei dischi di cui si occupa, il suo contributo agli
arrangiamenti è minimo). Si potrebbe anche mettere nel conto il fatto
che Doug Aldrich è a sua volta un chitarrista mai particolarmente
distintosi per una vena creativa fuori dagli schemi, e anche se il
songwriting di ‘Slave to the thrill' fa
scintille, sono “soltanto” lapilli di cromato metal losangeleno...
Come nota di colore, possiamo ricordare che questo disco ebbe due
copertine: la prima, raffigurava una modella completamente nuda, seduta
a gambe spalancate su un arnese dall’aria poco raccomandabile e dalla
funzione non del tutto chiara ma palesemente di quelle vietate ai
minori. La Enigma, dopo qualche tempo e, immagino, molte proteste da
parte del PMRC (quelli che appiccicano sulle copertine gli adesivi con
le scritte: “Genitori, attenzione! Testi espliciti!”) fece rifare la
copertina, togliendo la modella e lasciando solo la macchina, cosa che
rese felici quelli del PMRC e felicissimi coloro che avevano l’LP o il
CD con la cover originale, divenuti all’istante un piccante pezzo da
collezione (e oggi, una copia di 'Slave to the
Thrill' con questa copertina viene venduta su ebay a prezzi
ancora più alti di quelle che raffigurano l’ordigno in solitario,
naturalmente). Le canzoni, dicevamo, non offrono quegli spunti originali
presenti largamente su ‘Over the edge’,
ma brillano ugualmente di luce propria. “Reign
of love” è spettacolare, trascinante, anthemica, con un
fantastico refrain, e “Next to you”
replica immediatamente questo clima con un ritmo meno tirato. “Young
man” fa molto Whitesnake ‘1987’
era, ma con un bridge sui generis; “Dance little
sister” è un hard melodico cromato su un rovente telaio blues
alla Tattoo Rodeo, atmosfera che ritorna poi in “Let
it slide” con qualche spunto sudista in più; “Temptation” è una scheggia di pregevole class metal, ma con
un refrain sfacciatamente dokkeniano. “In the
fire” è turbinosa ma sempre squisitamente melodica (la precede
un minuto scarso di rumori meccanici e sospiri modulati da una sensuale
voce femminile, e non ci vuole un’immaginazione particolarmente ardita
per supporre che stiamo ascoltando la colonna sonora della foto di
copertina...). “Lock me up” è
tagliente, sinuosa, superba, forse con qualche ombra Winger, “Smiles
like a child” ha una base di metal californiano su cui la band
ricama spunti rock’n’roll e rhythm and blues con una classe
stratosferica. Le ballad sono “Don’t wanna
dream”, convenzionale ma efficace, e quello che è forse il
capolavoro dell’album, “10,000 years”,
ricca di umori zeppeliniani sparsi su un riff cadenzato che deflagrano
in un refrain quasi pomp (un po’ alla maniera dei Bonham del primo
album). Ma Doug Aldrich salutò
immediatamente i nuovi compagni per raggiungere gli House Of Lords con
cui avrebbe suonato gran parte del magnifico ‘Sahara’,
e gli Hurricane svanirono fra le incertezze del nuovo clima musicale di
inizio decennio. Dopo lo scioglimento della band, proprio dei due fondatori si è persa ogni traccia, mentre Kelly Hansen e Jay Schellen (per non parlare di Doug Aldrich) hanno collezionato un’impressionante serie di lavori con bands più o meno buone. Che quello degli Hurricane sia poi un nome tutt’altro che passato nell’oblio della memoria collettiva è confermato dalla scelta (opinabile) di Kelly e Jay di risuscitare il monicker per un terzo disco uscito nel 2001 e intitolato ‘Liquifury’, di cui potete leggere ampiamente seguendo il link.
Con questa band ho sempre avuto un
rapporto un po’ curioso. Quando vennero fuori, nel ‘92, gli
prestai poca attenzione. Mi dava ai nervi il fatto che Neal Schon e
Dean Castronovo avessero chiuso con i Bad English per mettersi poi con
questi due pivelli sbarbati e sconosciuti: chi cavolo erano, ‘sti
fratelli Gioeli, e che avevano di tanto speciale per poter godere dei
servigi nientemeno che di sua altezza Neal Schon? Un amico mi registrò
la cassetta ed io mi concessi qualche ascolto rancoroso e distratto
prima di esiliare gli Hardline in un angolo remoto della memoria e
dello scaffale destinato ai nastri. Passano gli anni, nasce questo
sito, e tra le mail che mi arrivano, spesso, molto spesso salta fuori
il nome di questa band: ti piacciono gli Hardline? che ne pensi degli
Hardline? c’è una canzone degli Hardline... eccetera, eccetera. Ed
ecco che comincio a chiedermi se anch’io non ho commesso un errore,
come l’ispettore Rock... Ma
dov’era finita la cassetta? Merde...
Così comincia la caccia al CD, conclusa vittoriosamente (grazie,
Paolo!), e le solite ricerche d’archivio, che mi portano a
sciogliere un primo enigma, ossia il motivo che aveva indotto Neal a
mettere su una band con questi due tizi; anzi, a costruirgliela
attorno, ed a reperirgli un contratto major (che in quel periodo, con
la marea grunge che montava, non era proprio roba da niente). La
soluzione del caso stava nel cognome della moglie di Neal (almeno,
della moglie dell’epoca: lo sappiamo come fanno gli yankees: si
sposano, divorziano, si risposano, ridivorziano...) che è: Gioeli.
Per farla breve: Johnny e Joey (al secolo, Giovan Battista e Giuseppe)
Gioeli, erano (forse sono ancora) i suoi cognati! E poi qualcuno parla
male del nepotismo e delle raccomandazioni... Ma i Gioeli avevano già
una discreta storia di spintarelle e simpatie provenienti dai
quartieri alti, considerato che la loro prima band, i Killerhits,
venne amichevolmente sostenuta da Brett Michaels, mentre la seconda, i
Brunette, abbe qualche favore da Dana Strumm, che produsse il primo
demo. I Brunette vennero però frettolosamente accantonati quando
cognato Neal si ritrovò senza nulla da fare dopo i Bad English, e
pensò che sarebbe stato divertente lavorare - almeno per una volta -
in famiglia (e magari non lo pensò lui, ma sua moglie: lo sapete come
sono le mogli, no...?). E allora, ecco che i Gioeli brothers si ritrovano catapultati alla corte di una major, a
lavorare con Neal, Dean e Ted Jensen (che aveva fatto parte degli
Harlow ed era andato in tour con David Lee Roth), a suonare canzoni
gentilmente messe a disposizione da Mike Slamer, Eddy Money e Jonathan
Caine... Venendo finalmente al disco... che
sia buono, non ci piove (e con Neal Schon che ci suona, arrangia e
produce il tutto, ci mancherebbe...), solo continua a sfuggirmi
l’aura mitica soffusa attorno ad un lavoro apprezzabile ma
largamente derivativo. Gli Hardline non hanno un suono, un trade mark:
fanno class metal e hard melodico come una qualsiasi band di Los
Angeles, prendendo a prestito gran parte degli elementi formali del
genere da Motley Crue, Firehouse, XYZ, Whitesnake, Survivor, Beggars
& Thieves... Impastano tutto molto bene, con gusto, sapienza; ma,
ripeto, non c’è niente, assolutamente niente
di nuovo che brilli sotto il sole di questo disco. Il songwriting è
notevole, ma un’aria familiare spira con continuità fra queste
tredici (belle) canzoni. Non comprendo allora il motivo che ha portato
questa band a diventare frequente punto di riferimento per chi si
occupa di recensioni e critica in ambito AOR: non ha molto senso dire
“La Pinco Pallino Band suona come gli Hardline”, perché gli
Hardline non hanno proprio niente di “caratteristico”. Entrando più
nello specifico delle tredici tessere che compongono il mosaico di
‘Double eclipse’ (prendo in esame la versione giapponese, che ha
una track in più rispetto a quella euroamericana: altro grazie a
Paolo...), “Life’s a bitch” è un piacevole melange
Firehouse / Steelheart, come la successiva “Dr. Love” (scritta da
Mark Baker e Mike Slamer: Mike la inciderà in proprio sul primo album
dei suoi Steelhouse Lane). “Love leads the way” ha un refrain Scorpions su base Whitesnake,
“Rhythm of a red car” fonde Hurricane, Mötley Crüe e Vinnie
Vincent Invasion, mentre “Change of heart” è una graziosa ballad
Bonjoviana. I
Beggars & Thieves corretti al metal californiano ispirano “Everything”,
e ancora gli Hurricane sono chiamati in causa da “Takin’ me
down”. “Hot cherie” è una
cover degli Streetheart (presa dal loro ultimo album, 'Buried
treasures', del 1984), ma suonata come se venisse dal songbook degli XYZ, “Bad
taste” parla la lingua degli Steelheart, “Can’t find my way”
è una power ballad di nuovo debitrice delle atmosfere dei Firehouse
amalgamate ad un certo flavour teutonico, le tinte folk di “I’ll
be there” non possono che far pensare agli Heart e, dopo lo
strumentale tutto chitarra acustica e keys “31-91”, chiude il
disco “In the hands of time”, drammatica e solenne, ancora
Hurricane con una discreta dose di Survivor nel refrain. Naturalmente,
il fatto che questo sia un disco derivativo non lo rende certo meno
godibile, qui c’è la classe immensa di Neal Schon, arrangiamenti
perfetti, un suono adamantino, Johnny Gioeli poteva dare lezioni di
canto a più di un collega, e tutte le influences
& connections prima citate non si traducono in citazioni o
riarrangiamenti di cose altrui, ma in un prendere a prestito atmosfere
e stilemi messi a punto da altre bands usandole come base per un
songwriting scintillante. Individuare una vetta è difficile, qui è
sopratutto questione di gusti personali, io trovo irresistibile
“Rhythm of a red car”, ma ogni canzone è una piccola gemma da
custodire gelosamente. Dopo una discreta attività live,
cognato Neal, Deen Castronovo e Ted Jensen salutarono i ragazzi per
dedicarsi ad altro ed i Gioeli sparirono dalla circolazione fino al
2000, quando, con Joey Tafolla e Bobby Rock, registrarono un secondo
album, fantasiosamente intitolato ‘II’, ed un live preso al Gods
Of AOR, anche questo pubblicato con un titolo coerente, ovvero ‘Live
at the Gods’, mentre recentissima è l’uscita di materiale
d’archivio risalente ai tempi dei Brunette. Non sembra però che i
Gioeli siano interessati più di tanto ad un ritorno in grande stile
nell’arena musicale, le loro fortune sono ormai affidate ad una
fabbrica di dentifrici (!!!), la White Overnight, anche se pare che
questo business non stia dando grosse soddisfazioni ai fratelli, la
Camera di Commercio di Los Angeles si è di recente occupata della
White Overnight perché sembra che la pasta da loro messa in
commercio non sia esattamente roba di alta qualità, ed agli uffici
competenti giungano una media di 100 reclami al mese sul prodotto...
Un altro grande monicker che
ritorna fra noi... Come dite? Era già ritornato, un paio d’anni
fa? Diciamo che quattro membri di quella band avevano preso quel
monicker e lo avevano appiccicato ad un lavoro che aveva i suoi
punti d’interesse ma ben poco a che vedere con tutto ciò che il
monicker aveva rappresentato. Vendite disastrose e giudizi
concordemente negativi hanno ridotto a più miti consigli coloro che
lo gestiscono... oppure no? Chi sono gli House Of Lords,
nell’anno di (poca) grazia 2006? Il solo James
Christian. Gregg Giuffria da molti anni non è più interessato alla
musica, e lo ha dimostrato in mille modi. Qui agisce come
“produttore degli arrangiamenti di tastiere”, una qualifica che
mi sa tanto sia stata buttata lì per poter stampare comunque il suo
nome sul CD, perché se non c’è lui, Gregg, allora che accidenti
di House Of Lords sono? Ma è lecito chiedersi anche se gli HoL
siano mai stati concretamente qualcosa:
difatti, se andiamo a scorrere i nomi degli autori delle canzoni
interpretate dalla band, scopriamo che su un totale di 30 sono ben
20 quelle fornite in tutto o in parte da songwriters esterni.
Insomma: una band di grandi esecutori, ma che dal punto di vista
compositivo non è mai riuscita a conquistarsi l’autonomia. E i
suoi primi tre dischi sono abbastanza diversi l’uno dall’altro:
il primo sopratutto in bilico tra AOR e pomp, il secondo orientato
in prevalenza verso il class metal, il terzo virante in direzione
dell’hard melodico californiano. Tre capolavori ineguagliati. E
ineguagliabili? Che sia possibile ripetersi sugli altissimi livelli
degli anni ’80 l’hanno dimostrato i Giant con ‘III’.
Ma non sempre volere è potere... Oggi gli HoL sono più che mai la
James Christian Band, e questo potrebbe non essere un problema, in
fondo su tre album abbiamo avuto tre line up diverse (per non
parlare dei session man sempre coinvolti a vario titolo); ma - tanto
per cominciare da qualche parte le dolenti note - James non è più
lo stesso di quindici anni fa: la voce del nostro ha sofferto
l’offesa degli anni: ha perso estensione, elasticità, diventando
un po’ legnosa e rauca. Nulla di tragico, James Christian non è
ridotto alla caricatura di se stesso come David Coverdale
(l’esibizione degli Whitesnake all’ultimo Gods of Metal è stata
uno degli eventi più malinconici della mia vita...), ma quelle
prodezze vocali che potevamo ascoltare su “Looking for strange”
oggi, per James, sembrano pura chimera. I nuovi membri della band
sono tutti buoni musicisti, e James ha seguito la solita procedura
rivolgendosi a vari songwriters per le canzoni che compongono ‘World
upside down’. Ma fra costoro non ci sono Mark Spiro, Rick
Nielsen, Bob Marlette, Mike Slamer, Alan Pasqua e tutti gli altri
che contribuirono a forgiare il sound che conosciamo. Dulcis (si fa
per dire...) in fundo, la produzione è curata da James e
supervisionata da Serafino Perugino e, con tutto il rispetto per
James ed il boss della Frontiers, nessuno dei due è Andy Jones o
David Thoener. Non mi stancherò mai di battere su questo tasto
della produzione, che è la chiave di volta su cui si regge ogni
disco, e di ricordare che nei Big
80s la differenza tra un lavoro buono ed uno grandissimo spesso
e volentieri la facevano non i chitarristi o i cantanti ma persone
come Bob Rock o Ritchie Zito o Ron Nevison. Non stiamo parlando
soltanto di suoni lussuosi e resa fonica perfetta, ma di quelle
mille cure negli arrangiamenti, di quelle invenzioni e piccoli
tocchi che vengono percepiti dall’ascoltatore medio quasi ad un
livello subliminale, connotando infallibilmente le atmosfere di un
disco. ‘World upside down’ suona
benissimo, ma non essendo stato seguito da un produttore “vero”
manca di tutto questo (come la gran parte delle produzioni odierne
di AOR, comunque), e non riesce a replicare che molto alla lontana
ciò che scaturiva da ‘Sahara’.
Difatti, contrariamente a quanto scritto da più parti,
quest’album non ha molto in comune con il festaiolo e cromatissimo
‘Demons down’, ma si riallaccia
piuttosto al secondo disco della band, il metallico e più violento
‘Sahara’. E’ una buona raccolta
di hard edged AOR, i richiami a ciò che conosciamo non mancano, ma
non aspettatevi di potervi ritrovare proprio lì, come invece accadeva su ‘III’
dei Giant. L’usurpazione del monicker è meno offensiva che in
passato, ma, in definitiva, sempre di usurpazione si tratta: gli
House Of Lords erano un’altra cosa. Tutto quanto scritto sopra non
equivale comunque ad una stroncatura. Il disco è buono, c’è
classe, competenza, ma occorre tenere ben separato quel monicker da
‘World upside down’, perché se vi
accosterete a quest’album sperando di ritrovare pari pari tutto
quanto veniva segnato con il marchio House of Lords rimarrete
(probabilmente) delusi. Bisogna anche sottolineare il fatto che
James Christian non cede mai alla (comoda) tentazione dell’autocitazione,
e questo va a suo merito: non sarebbe certo stato difficile
assemblare un pugno di canzoni prelevando riff e armonie dai vecchi
album, servendoci una minestra riscaldata, una rifrittura di cose già
ascoltate, dal sapore stantio anche se certo più familiare... Non
voglio passare al setaccio il disco, è l’atmosfera generale che
conta, ciascuno poi individuerà i momenti che più lo ispirano.
Diciamo che sulle schegge più violente si avverte appena una certa
aria moderna (in particolare su “I’m free”,
che sembra uscita da uno degli ultimi album dei Von Groove), mentre
la canzone che più riporta alla mente le cose passate è “S.O.S
in America”. Il momento che personalmente ho trovato più
interessante è “Ghost of time”,
mentre la canzone meno accattivante mi risulta la title track, una
power ballad pianistica penalizzata proprio dal suono del
pianoforte, tremolante, stridulo e un po’ distorto, mixato poi ad
un volume troppo basso. Per il resto, c’è un’ottima resa
fonica, belle timbriche, solo la batteria resta un po’ indietro,
ma il nuovo drummer BJ Zampa non regge il confronto con titani dello
strumento come Ken Mary e Tommy Aldrige, si limita a fare il suo
compito segnando il tempo, ordinato, pulito ma niente più di
questo. In chiusura, il fatidico
interrogativo: ‘World upside down’
è un lavoro only for fans? No, nella maniera più assoluta. Il confronto con
quanto inciso quindici o venti anni addietro finisce per sminuire
qualsiasi cosa pubblicata ai giorni nostri ma i nuovi House of Lords
ci hanno dato un lavoro ben più che dignitoso, che stende senza
fatica i tanti RSU Made In
Germany che ormai costituiscono la massima parte della
produzione odierna in campo melodic rock. Si poteva fare di più e
meglio, of course, ma
credo che lavori come ‘World...’
siano il massimo che possiamo legittimamente aspettarci fino a
quando le majors non ricominceranno ad aprire i rubinetti dei loro
conti bancari per finanziare le bands del nostro genere. Accadrà
mai? Sperare non costa nulla, sognare idem, e sarebbe davvero
meraviglioso, un giorno, vedere il cadavere putrefatto dei Coldplay
portato via dalla corrente. Stick to your gun...
Che
storia, quella dei Quiet Riot... Nel 1983, il compilatore di una
ipotetica Grande Enciclopedia del Rock gli avrebbe dedicato non più
di mezza riga, e giusto per ricordare che erano stati la prima
band di Randy Rhoads... e poi venne ‘Metal
Healt’. “Cum on feel the noise” diventò il primo hit
del nuovo metal californiano, ed i QR i capofila di una scena che
nel giro di qualche mese avrebbe sparato Dokken, Mötley Crüe,
Ratt, Malice... Ma esaurito quel tormentone (che era poi una cover degli Slade), appesi al muro i cinque dischi di platino per ‘Metal Healt’, la carriera della band fu tutto uno scivolare. Dopo un paio di album che avevano fruttato vendite molto inferiori alle attese (e, diciamola tutta, ci sarebbe voluto un intervento divino o diabolico – e pure particolarmente energico – perché lo stanco e spompatissimo ‘III’ arrivasse nei quartieri alti della classifica di Billboard a dar fastidio a ‘Slippery when wet’ dei Bon Jovy), proprio il front man divenne il capro espiatorio di una situazione nient’affatto rosea. Kevin Du Brow lasciò la band, così vuole la leggenda, dopo essere venuto alle mani con Frankie Banali e Carlos Cavazo, e al suo posto, i due insediarono il grandissimo Paul Shortino, strappato ai Rough Cutt (per i dettagli riguardo questa magnifica band, seguite il link). Rudy Sarzo suonò qualche traccia di basso sul nuovo album prima di trasferirsi in via definitiva negli Whitesnake, il resto del lavoro al quattro corde lo fecero il session man Jimmy Johnson ed il nuovo membro Sean McNabb (futuro House of Lords e Great White), mentre le parti di tastiere (sempre presenti nel sound della band e affidate negli album precedenti a Pat Regan ed all’ ex-Wang Chung Jeff Naideau) vennero suonate dal grande Jimmy Waldo, il key player di New England e Alcatrazz, che contribuì pure in maniera significativa al songwriting. Prodotto
alla grande da Spencer Proffer, ‘Quiet
Riot 88’ brillava per un songwriting tornato nuovamente
di grandissima classe dopo la brutta flessione di ‘III’.
Apre “Stay with me tonight”, l’Hammond
che sferraglia, il brontolio della chitarra, il pulsare del basso,
passo felpato spezzato da un refrain anthemico, un feeling
settantiano, notturno, con qualche riverbero blues. “Callin’
the shots” sovrimpone ad un clima Zeppeliniano un refrain
esemplare di ciò che chiamavamo “metal californiano”,
spezzandosi in un bridge spettacolare e quasi pomp in cui si
incunea l’assolo di chitarra. E’ ancora un arpeggio dal sapore
zeppeliniano ad aprire la power ballad “Run
to you”, suggestivi ricami di chitarra, tappeti di keys,
il refrain che si fa largo tra il pulsare degli archi. Pure “I’m
fallin’” veleggia su un riffone a
là Page su cui si stende uno di quei refrain “leggeri”
che erano il trademark della Rivolta
Tranquilla, bilanciato da un assolo molto heavy. “King
of the hill” varia il passo con un up tempo che ci regala
un altro coro da spiaggia sculettante e scanzonato, perfetto il
lavoro di Carlos Cavazo alla chitarra. “The
Joker” probabilmente è il top del disco, il sovrapporsi
dei riff di chitarra e keys è da infarto, un anthem come altre
bands potevano solo sognarsi. “Lunar
obsession” è un breve strumentale per sole chitarra e
tastiere che fa quasi da preludio al momento più soft
dell’album, “Don’t wanna be your fool”,
una super ballad tra gli Whitesnake ed il primo Bryan Adams. “Coppin’
a feel” è serrata, granitica eppure melodica; “In
a Rush” è il fast d’obbligo, ombre Purpleiane
sopratutto nell’imperversare dell’Hammond di Jimmy Waldo.
Chiude “Empty promises”, più
monolitica, cadenzata ma sempre spettacolare. Menzione speciale
per Paul Shortino, che offriva lungo tutto l’arco del disco una
performance da urlo e Carlos Cavazo, un chitarrista intelligente,
fantasioso ma dotato di una misura encomiabile, senza dubbio il più
ingiustamente sottovalutato fra gli axe man della scena class
metal californiana. Nonostante
una buona promozione ed almeno un videoclip in heavy rotation (per
“Stay with me tonight”, mi pare),
‘Quiet Riot 88’ vendette
malissimo. I vecchi fan non accettarono il cambio di frontman e
fra le nuove stelle di fine decennio quella dei Q.R. non riusciva
più a farsi notare. Forse li penalizzò anche il fatto di aver
coltivato poco e male il mercato europeo ed essersi concentrati
quasi esclusivamente sull’audience statunitense. Si sciolsero
fra l’indifferenza generale, tornando assieme nel 1993,
continuando una carriera che, fra alti e bassi, prosegue ancora
oggi, con i soli Kevin DuBrow e Frankie Banali reduci degli anni
d’oro. In conclusione, ‘Quiet Riot 88’ merita a a pieno titolo (e tecnicamente molto più di altri lavori) la qualifica di lost gem. Perché è un disco magnifico che non ebbe il riscontro che meritava per un solo motivo: tutti si rifiutarono di ascoltarlo. Non commettete anche voi lo stesso errore.
L’importante, in tutte le cose,
è crederci. Magari non riesci a combinare nulla, e finisci - come
cantavano gli XYZ - face
down in the gutter, ma potrai dire, almeno: c’ho provato,
c’ho creduto. Il
problema dei Tribe of Gypsies e sopratutto del loro leader Roy Z
è di non averci mai creduto fino in fondo. A Roy importa molto di
più farsi conoscere come produttore e suonare polpettoni
alternativo-maideniani nei dischi di Bruce Dickinson che dare un
sound alla propria band. I TOG sono stati una grande occasione per
l’hard rock, un’occasione sprecata perché Roy non aveva il
tempo né la voglia (oppure la capacità?) di dare consistenza ad
un’ipotesi di lavoro ardita e tutto sommato inedita, che avrebbe
richiesto un fervore ed un coinvolgimento ben superiore a quello
mostrato da Roy e compagni. Rock e musica latina li aveva già
messi assieme Carlos Santana, anzi, i Santana, la band che Carlos
condivideva con due signori che nel nostro genere dovrebbero
essere ben noti, tali Neal Schon e Gregg Rolie... Ma quei semi non
avevano generato nulla, i dischi dei Santana erano stati una vox
clamantis in deserto, ascoltati devotamente ma mai usati come
base di partenza per qualcosa che magari spostasse il discorso su
un linguaggio più hard rocking (con l’eccezione parziale degli
I Mother Earth). I TOG promettevano proprio questo: ritmi e
atmosfere latinoamericane accoppiate a chitarroni ruggenti e
batterie tuonanti... Ma la promessa è rimasta tale, e i tre
dischi della band si sono rivelati poco più che esercitazioni sul
tema proposto del “latin hard rock”, esperimenti oltretutto
inconcludenti, dato che fra le composizioni di questo disco
primeggiano innanzitutto i ricalchi in stile “Samba Pa Ti”,
fatti di chitarrine fragili suonate in punta di dita che
tintinnano su un mare di percussioni caraibiche, roba moscissima
che sembra fatta apposta per essere suonata in sottofondo in quei
bar di Puerto Rico dove i turisti americani vanno a caccia di
colore locale e puttane minorenni. I pezzi più tosti, “What
cha want” e “Angel”, di
latino non hanno un beneamato cazzo, sembrano outtakes dei Bang
Tango (buone, però). “Better days”
è una power ballad che pare impostata su un incrocio di REM e
Cult d’annata, mentre nella sola “Dreams”
si ascolta qualcosa che – molto alla lontana – potrebbe
passare per questo fantomatico rock latino: a me pare che
ce ne sia molto di più nei
dischi di Ricky Martin - commerciali ed edulcorati quanto volete
ma divertenti come pochi - che in tutto 'III'. Tutta una
truffa, dunque? Probabilmente sì, anche se (mi auguro) in
buona fede. Il crossover è materia per eletti, per musicisti se
non geniali, perlomeno coinvolti.
E tutto si può dire di Roy Z e della sua banda, salvo che siano
veramente presi da questa cosa. Da poco è uscito
il nuovo album dei TOG, ‘Dweller on the
threshold’, a ben sette anni di distanza da ‘III’:
perché Roy è molto
occupato... |