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A questa band accennai brevemente quando scrissi del primo album dei 21 Guns: un progetto AOR messo su da Marty Walsh (Supertramp), che coinvolgeva Scott Gorham, Darrel Verdusco (Starship), Derek Bergmann e aveva al microfono Moon Calhoun. Venne registrato un album a cui si interessò l’Atlantic, ma la label decise poi di non chiudere il deal, Scott Gorham mollò tutto per tornarsene in UK e fondare i 21 Guns e Walsh buttò i nastri in un cassetto, passando a occuparsi d’altro. Come spesso accade, l’album cominciò a girare sul web come bootleg, destando infine l’interesse di una etichetta del gruppo Mascott che lo ha pubblicato con una copertina coerente, considerato che ‘Eureka’ è stato letteralmente disseppellito e portato alla luce più di quarant’anni dopo la sua incisione (che dovrebbe essere avvenuta intorno al 1985 o giù di lì). È valsa la pena di recuperare questo lotto di canzoni? Assolutamente sì. ‘Eureka’ è fatto di pura materia rock degli anni Ottanta, e di qualità sopraffina. “The Law Of The Jungle” già dice tutto, col suo funky rock high tech splendidamente Toto con appena qualche sfumatura alla John Waite, mentre con “Set Me Free” entriamo nei territori del rock da FM alla John Parr, notturno, fascinoso e cromato. “1000 Nights” la rifarà Michael Thompson su ‘How Long’ qualche anno dopo (un recupero ispirato, immagino, da Moon Calhoun), qui è proposta con un arrangiamento più colorato e meno vivace, mentre “Just Go” segue la stessa scia di “The Law Of The Jungle”, ma non è altrettanto ben riuscita. Ottima, invece, riesce “If I’m The One”, che impasta felicemente Bryan Adams, John Parr e i Journey, ariosa ed elettrica, impreziosita da un refrain delizioso, e agli stessi livelli si colloca “Rain”, in cui spicca la bella alternanza dei suoni di tastiere. Cambio di atmosfera con “Chain Of Light”, molto Loverboy, robotica nelle strofe, fresca e serrata nel coro, poi si torna al funky raffinato dei Toto per “Danger”, caratterizzata da qualche ombra prog nelle strofe e dal refrain semplice ed efficace, e all’atmospheric power alla John Parr con “Heartland” (con un pizzico di Starship nel coro, magari). Gli splendidi chiaroscuri di “I Would Rather Be Lonely” hanno un bel sapore di AOR canadese (di marca Honeymoon Suite, più che altro), il rock FM con refrain anthemico e strofe d’atmosfera intitolato “Man To Man” potrebbero averlo firmato anche i Mr. Mister, la divertente “This Is War” chiude l’album con il solito mix di Toto e John Parr. Arrangiamenti raffinati e produzione di gran classe si potevano dare quasi per scontati e, insomma, ‘Eureka’ è una scheggia di quel rock sofisticato che fece furore nella prima metà dei Big 80s, prima che i trend decretassero un sostanzioso aumento del voltaggio per l’AOR: un recupero, dunque, di inestimabile valore per chiunque ami l’Adult Oriented Rock degli anni d’oro.
A volte basta poco, ma poco davvero, per distinguersi, uscire dal mucchio e dare al proprio sound una precisa identità. È che – ieri come oggi – tanti, troppi, ritengono che avere un proprio sound sia rischioso: non osano non per pigrizia o inettitudine ma guidati da un misto di codardia e opportunismo. I Mötley Crüe e i Ratt vendevano dischi a camionate, e se una band decideva di seguire la loro scia, preferiva – ed era quasi una regola – imitare smaccatamente il sound codificato da loro anziché tentare una variazione (anche minima) sul tema, senza però considerare che il successo premiava (di solito) proprio quelli che qualche rischio, anche piccolo piccolo, se lo prendevano. Gli Illusion, il rischio se lo presero, ma il successo non li premiò. Anche se avevano il supporto di una label importante come la Geffen, che gli concesse due assalti alla chart di Billboard, rimasero poco più che una (piccola) star regionale, scomparendo nella nebbia dopo il flop del loro secondo lavoro. Qui prendo in esame l’esordio autointitolato del 1985, prodotto nientemeno che da Jeff Glixman (che gli faceva anche da manager). Album, ‘Illusion’, che, l’avrete intuito, al metal californiano di Crüe e Ratt faceva riferimento, ma in modo personale. La novità, diciamo così, era rappresentata da una presenza assidua e per nulla decorativa delle tastiere, e questo prezioso input nel sound doveva venire direttamente dal leader Gary “Moses Mo” Moore, uscito un paio d’anni prima dai Mother’s Finest. Accanto a lui, come cantante e seconda chitarra, c’era Jay Willard (dotato di una di quelle vocette alla Vince Neil ideali per il genere affrontato), alla batteria Barry Borden, al basso Paul McCoy, mentre delle tastiere si occupava Tom Reed. “Get It To Go” era una ideale dichiarazione d’intenti, un party/glam alla Crüe/Ratt, anthemico e ben ritmato, a cui le keys davano colore e profondità fondendosi ottimamente alle chitarre, e su questa stessa strada procedeva anche “Bad News”, incalzante, basata su un riffing elementare, con le tastiere che spuntano con rapidi flash. “Squeeze Me” variava il registro, aveva un sapore più classic metal, fra Quiet Riot e Malice, con le tastiere che stavolta rimanevano sullo sfondo del quadro, e ancora i Quiet Riot davano l’ossatura di “Weights A Ton”, metal californiano essenziale e diretto che portava anche la firma di Steve Marriot, pure vocalist in duetto con Jay Willard. “You Got The Touch” portava il riffing dei Ratt in una dimensione arena rock grazie alle tastiere e ad un assolo spettacolare che caratterizzava anche la successiva e di nuovo molto Crüe “Next To You”, mentre “Saint” tornava a guardare alla band di Stephen Percy, con un riffing vagamente zeppeliniano e il primo assolo di Tom Reed. Se “Call In The Law” era drammatica, cadenzata e arricchita da un bel bridge variopinto, la notevolissima “Won’t You” sparava un metal’n’roll con pianoforte martellante, bei flash di tastiere e un solo di keys al limite del prog: divertente e cerebrale nella stessa misura. “Go On Your Own Way” chiudeva le danze con una stesura che sembrava il frutto di una versione raffinata dei Mötley Crüe, tramata di una melodia molto Zebra, con un organo Hammond che imperversava fra le sciabolate di chitarra. Se agli Illusion mancò la promozione o la fortuna, non lo sappiamo, ma di certo non gli mancò il valore. L’album era davvero buono e avrebbe meritato perlomeno una rinomanza postuma che pure è venuta a mancare, anche se una certa fama tra i cacciatori di reliquie dei Big 80s deve essersela guadagnata, dato che i soliti pataccari greci o russi si sono inventati una versione su CD mai esistita (la Geffen lo stampò solo su LP e cassetta) che viene oltretutto venduta a prezzo folle. Una ristampa seria su compact, accompagnata da un opportuno remastering, sarebbe tutt'altro che superflua.
È straordinario quanti bei dischi la MTM abbia pubblicato nei suoi pochi anni di attività. Mario, Thomas e Magnus avevano fiuto e ottimi contatti e, soprattutto, cercavano le band negli USA o in UK piuttosto che in Svezia e dintorni… L’unica testimonianza lasciataci da questi Big Bad Wolf venne da loro stampata nel 1998 (in Giappone dalla Avalon), un album non so di quanto fresca registrazione, di cui era produttore esecutivo addirittura Mike Clink. La band contava su una sezione ritmica formata da Brett Bloomfield (basso) e Kenny Stavropoulos (batteria) già compagni nei Le Mans, il primo anche al lavoro con Ian Gillan e gli Starship, il secondo con i Cacophony, davanti al microfono c’era Rolf Hartley (anche alle tastiere) mentre di tutte le parti di chitarra si occupava nientemeno che Craig Chaquico, l’ex Jefferson Starship e Starship che, pur avendo già avviato una nuova carriera in ambito fusion e new age music, si lasciò tentare nuovamente dal rock melodico (oppure – e mi sembra un’ipotesi più realistica – ‘Big Bad Wolf’ era di registrazione tutt’altro che fresca, risalente come minimo a cinque o sei anni prima della sua pubblicazione). Facendo riferimento all’edizione nipponica (che ha, come al solito, una canzone in più e una scaletta differente da quella tedesca, e anche un'altra copertina), si entra nel disco al ritmo di “Shot Down By Love”, metal californiano con un bel refrain polifonico da arena rock e un finale adrenalinico, a seguire c’è l’andamento ancheggiante di “Midnight Angel”, molto Autograph, in cui spiccano i notevoli impasti dei cori. “Cutting Edge” – class metal fatto di melodia drammatica e chitarre taglienti – e “Don’t Say Good Bye” – power ballad (molto power) – hanno una netta impronta Def Leppard, ma con “Blame It On Rock” torniamo in California, un metal anthemico da Sunset Strip tra Ratt e XYZ arricchito da un bel bridge notturno. Altra power ballad vigorosa arriva con “Crystal”, che si snoda tra strofe pacate e acustiche ed un refrain tempestoso su una melodia suggestiva. La ritmica secca e pulsante, il bridge d’atmosfera e il coro anthemico da arena rock di “Walk Don’t Run” precedono le melodie Leppard di “Whereyawannago”, inserite in bel telaio di metal californiano, mentre “I Can’t Get Over You” fonde con bella scioltezza una ballad dei Firehouse e una power ballad dei Def Leppard. Ancora class metal alla XYZ con “Three Chords Of Steel”, agile e massiccio nello stesso tempo, mentre ai soli sudditi del Tenno veniva riservata il party metal “Rock Someone”, fitto di ombre Leppard che prendevano corpo con decisione nella conclusiva “Light On For You”, power ballad tutta keys e acustiche nelle strofe, elettrica nel refrain. Anche se il mix risultava in qualche frangente un po’ impastato la resa fonica era buona, la produzione idem, con le tastiere ben presenti solo nell’ultima canzone (scritta dalla band assieme ad Andre Pessis). Questo bel disco risulta ristampato solo dalla label russa CD-Maximum nel 2003, non è su Amazon Music ma è presente su Spotify, i CD MTM vanno comunque via a cifre abbordabili, tra gli otto e i quindici euro: recuperarlo non sarebbe certo uno sproposito.
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