AORARCHIVIA

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JOURNEY

 

 

  • FREEDOM (2022)

Etichetta:Frontiers Reperibilità:in commercio

 

Eccomi alle prese con una recensione difficile. Perché stavolta non prendo in esame il parto della solita band svedese, così facile da prendere (quando se lo merita, ovviamente) a pesci in faccia, né un prodotto discografico degli anni d’oro, magari non soverchiamente ispirato o originale, ma che porta comunque – inconfondibile, non replicabile – il profumo della grande stagione del rock melodico. Nossignori. Questo è il nuovo album dei maestri assoluti, dei campioni, di coloro che il nostro genere lo hanno materialmente creato e portato al successo.

Quando una band come i Journey si ripresenta con un disco di studio le aspettative sono sempre, nonostante tutto, elevatissime. Chiariamo il senso di quel “nonostante tutto”. I Journey del 2022 non sono né potrebbero mai essere quelli del 1981 o del 1983. Eppure i fan sperano disperatamente di trovare in ogni nuovo lavoro una nuova pietra miliare: un’altra “Stone in Love”, o “Who’s Crying Now” o “Separate Ways”, fate voi. Ma accostarsi a ‘Freedom’ (o a uno qualunque dei dischi post anni d’oro) con aspettative del genere serve solo a rimanere delusi. Eppure, i fan altro non vogliono davvero da quel moniker. Ecco perché su Heavyharmonies, spesso gli album dei Journey usciti dopo il 1986 prendono più fischi che applausi. Neal Schon e compagni (alcuni compagni diversi dal solito, come saprete ormai tutti) lo sanno benissimo e se qui un’altra “Separate Ways” non c’è, credo che il motivo non sia che non vogliono proporcela, ma che non è più nelle loro possibilità scriverla. Questo però non significa che ‘Freedom’ faccia schifo, tutt’altro. Resta comunque lo scarto cruciale fra ciò che quel nome rappresenta e ciò che è in grado di offrirci adesso. È un problema che tutte le grandi band di ieri ancora attive oggi hanno. Non c’è un modo facile per risolverlo. Forse non c’è modo di risolverlo e basta. C’è il peso di quel moniker che ti schiaccia, ci sono i classici che ti rintronano nelle orecchie. Ascolti il nuovo materiale e pensi: “Ma che è ‘sta roba? Chi è ‘sto filippino che hanno messo davanti al microfono?”… E poi ricordi (malinconicamente?) che non è più il 1981, che alla Casa Bianca non dorme più Reagan e che sul Cremlino non sventola più la bandiera con la falce e il martello, e tutto il resto…

Back to 2022. A ‘Freedom’. Che ci dà la bellezza di quindici canzoni (sedici nell’edizione giapponese… e per quale dannato motivo i giapponesi hanno sempre diritto ad una canzone in più rispetto al resto del mondo, nessuno è stato mai capace di spiegarmelo), prodotte da Neal, Jonathan Cain e Narada Michael Walden. L’apertura è affidata a “Together We Run”, che ci offre armonie classiche moderatamente proiettate nel moderno, tante tastiere e Neil che si sente soprattutto nel finale: non mi dice molto. Mi dice male, invece, “Don’t Give Up On Us”, che inizia esattamente come “Separate Ways” e prosegue su quella scia sempre in senso abbastanza moderno: l’autocitazione è troppo smaccata, e ti fa pensare (inevitabilmente) ad una sorta di “vorrei (tanto) ma non posso (più)”… Buonina riesce invece “Still Believe In Love“, morbida, tutto atmospheric power modulato su una melodia che poteva essere più incisiva. “You Got The Best Of Me” parte ruvida, poi recupera nel coro la parte più melodicamente prog (con le solite sfumature moderne) del suono Journey, proponendola anche nel finale in crescendo. Con “Live To Love Again” arriva la prima ballad, anzi, la prima ballatona, con tanto di archi a inseguire “Open Arms” senza però riuscirci. “The Way We Used To Be” cambia marcia: più hard rock, più moderna, drammatica, efficace, ma il primo vero colpo arriva con “Come Away With Me”, decisamente hard rock, scatenata e un po’ funk, dominata dalla chitarra di Neal. Per “After Glow” Pineda lascia il microfono a Dean Castronovo: chiaroscuri e lampi prog, atmosfere moderne e una melodia sublime, ma su “Let It Rain” Neal riprende il controllo con uno splendido hard bluesy dondolante che non avrebbe sfigurato su ‘Piraha Blues’, e che bello quello sfondo variegato di tastiere ricamato da Jonathan Cain. “Holdin' On” è scatenata, fatta di riff nervosi e saettanti che si alternano a scoppi di keys sotto una melodia solare: davvero notevole, come l’arena rock “All Day and All Night”, sinuoso sui riff secchi e potenti. “Don’t Go” è pura nostalgia, sparisce ogni riferimento al moderno, qui si replica il suono epoca ‘Frontiers’ in una chiave più elettrica: buona senza stupire, ma pure inutilmente lunga. Su “United We Stand” aleggia una vaga sensazione di già sentito, ma questa power ballad smaltata di una vaga cupezza moderna risulta comunque pregevole. “Life Rolls On” è forse la perla del disco: potente e luminosa, melodica e suggestiva, con un Pineda che dimostra di poter clonare voce e stile di Steve Perry in maniera stupefacente ogni volta che desidera. In chiusura, gli oltre sette minuti di “Beautiful As You Are”, classica power ballad che parte con archi e chitarra acustica e si innalza drammatica e urgente, con un finale fatto di lunghi assoli.

Questo è ‘Freedom’. Bello? Certo. Superlativo? Non del tutto. Non sono le concessioni al suono moderno a indisporre, ma il fatto che la band in almeno un paio di frangenti ha ritenuto di dover stuzzicare la nostalgia di chi li ascolta con il classico mezzuccio della citazione. E indispone perché tutto il resto di ‘Freedom’ dimostra che non ne hanno bisogno, che sanno sempre comporre grande rock melodico. Non nella forma esatta di una volta, ma non possiamo chiedergli di essere esattamente quelli di quarant’anni fa. Sempre brillanti, in definitiva, ma non più geniali come nei primi anni ’80. E non possiamo certo rimproverargli di non essere più capaci di dimostrarsi geniali.

 

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THINK OUT LOUD

 

 

  • THINK OUT LOUD (1988)

Etichetta:A&M Reperibilità:in commercio

 

Ai Think Our Loud avevamo già fatto un accenno parlando del primo disco solo di Peter Beckett: un duo formato dal Beckett suddetto e da Steve Kipner, con cui l’ex Player aveva formato una redditizia società dedita al songwriting. Dopo sei anni passati a scrivere canzoni per gli altri, Beckett e Kipner ritennero evidentemente fosse giunto il momento di registrarne qualcuna in proprio. Il contratto major con la A&M era già un buon punto di partenza, il duo (Beckett a chitarre e voce, Kipner a basso e tastiere) si fece coadiuvare da turnisti di alto livello (Michael Landau e Steve Lukather per le chitarre, mentre alle tastiere ritroviamo Randy Goodrum, John Capek, Bob Marlette, Bobby Caldwell; basso e batteria vennero programmate) ma si occupò quasi in esclusiva della stesura delle canzoni, con appena qualche aiuto esterno, sovrintendendo anche alla produzione.

Think Out Loud’ non era uno di quei dischi che fanno esattamente fuoco e fiamme: la coppia Beckett-Kippner impostò il suo discorso musicale sulle coordinate del pop rock da alta classifica che a quell’epoca faceva furore. Ma la produzione era contraddistinta da una raffinatezza estrema, tutte le canzoni risultavano lavorate allo spasimo e il voltaggio sempre moderato non indisponeva più di tanto, compensato ampiamente dalla varietà e ricchezza degli arrangiamenti.

In a Perfect World” chiariva alla perfezione gli intendimenti della band, un pop rock high tech con sfumature funky e prog, dalla grande atmosfera. “Stranger Things Have Happened” era ancora più keys oriented, con le chitarre che si limitavano a sottolineare, rifinire e dare colore, mentre su “Original Sin (Jumpin’ In)” spiccava il notevole intreccio di percussioni che davano dinamismo ad un brano prevalentemente d’atmosfera. La ballad “The Deep End” precedeva la abbastanza Toto “Raise You Up”: le chitarre dal volume più alto davano alla track un bello smalto anthemico. “After All this Time” era decisamente Asia, “Faithful Love” adottava una ritmica reggae e ci spalmava sopra un refrain melenso, “Body and Soul (Lost in the Rhythm)” riproponeva i Toto in una versione più cerebrale e con un refrain robotico, “In No Uncertain Terms” era una ballad policroma che procedeva in un susseguirsi di atmosfere. In chiusura, “Talk to Yourself “, un tipico funky pop dei Big 80s.

Ristampato nel 2009, ‘Think Out Loud’ non è facilissimo da trovare su CD ma è in vendita come .mp3 su Amazon Music. Reperibilità su disco ottico stranamente migliore per il secondo (e altrettanto ottimo) album, ‘Shell Life’, pubblicato dalla MTM nel 1997, ma prezzi regolarmente più alti (sui trentacinque euro). Per chi ama quel pop rock cromato che dominò le classifiche USA soprattutto nella prima metà del decennio con gente come Rick Springfield, Starship e Asia, un acquisto quasi obbligato.

 

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H.E.A.T

 

 

  • FORCE MAJEURE (2022)

Etichetta:Edel Reperibilità:in commercio

Gli H.E.A.T hanno cambiato un’altra volta cantante, è tornato al microfono Kenny Leckremo, ma rispetto a ‘II’ non è cambiato il sound, sempre molto metallizzato e infinitamente meno avventuroso rispetto a quel capolavoro maltrattato da fan ignoranti e ottusi che fu ‘Into The Great Unknown’ nel 2017 (lo recensii a suo tempo su Classic Rock). Di fronte a quel coro di critiche ingiuste, la band non ebbe la forza di insistere in una direzione che a chi compra i loro album proprio non riusciva gradita, tornando alle atmosfere fracassone di ‘Tearing Down The Walls’ e espungendo qualsiasi elemento moderno dal proprio sound. Questo ultimo ‘Force Majeure’, anche nel titolo poco originale prosegue il discorso avviato con ‘II’, in cui la band cerca di venire incontro ai desiderata di un pubblico per niente sofisticato, a volte assecondandone la rozzezza in maniera addirittura sconcertante. Quando mai si era sentito in un disco degli H.E.A.T un power metal adenalinico ed epicheggiante come “Demon Eyes”? E quel pappone tra l’epico e il pomposo intitolato “Paramount” in cui viene sparsa un’insopportabile tronfiezza germanica sulle strofe? E le dosi massicce di tipico metal teutonico che infestano “Back To The Rhythm”? Neppure i Journey sfuggono a questo funesto trend, la band ce li serve in salsa di crauti nella power ballad “One Of Us”. Meglio funzionano “Hollywood” e “Nationwide”, metal californiani inzuppati di melodia scandinava, e meglio ancora riesce “Tainted Blood”, altra esercitazione in tema di metal californiano, ma volto all’arena rock, potente e ariosa nello stesso tempo. “Harder To Breathe” ha una bella cifra melodica, vagamente House of Lords, “Wings Of An Aeroplane” e “Not For Sale” sono i soliti arena rock spettacolari della band, ma anche quando fanno quello che gli riesce meglio, sembrano raffrenati dall’esigenza di non uscire troppo dal consueto, di riciclarsi piuttosto che progredire. Il riffing è sempre trito e scontato, la sensazione di già sentito assale l’ascoltatore in più di un frangente. Tutto questo ha un nome: involuzione. E un’involuzione scandalosa, perché non è stata determinata da una crisi di creatività della band, ma da quelle che si possono definire solo esigenze di mercato. È come se gli H.E.A.T si fossero detti: “Dunque ci vogliono rozzi? Li accontentiamo senza pensarci due volte”… Che tristezza. Che pena.