recension

 

AORARCHIVIA

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JOHN WAITE

 

 

  • IGNITION (1982)

  • NO BRAKES (1984)

  • MASK OF SMILES (1985)

  • ROVER'S RETURN (1987)

Etichetta:'Ignition' Chrysalis, 'No Brakes', 'Mask of Smiles', 'Rover's Return' EMI Reperibilità:in commercio

 

Perché solo i primi quattro, si chiederà qualcuno? Perché il meglio del John Waite solista sta in questi quattro dischi: punto.

Dopo la fine dei Babys, John aveva visto il suo ex pard Jonathan Cain diventare una stella di primissima grandezza con i Journey e non volle essere da meno, anche se la formula scelta per presentarsi al mondo con il suo nome fu leggermente diversa da quella che stava facendo la fortuna della band di ‘Escape’.Ignition’, difatti, è un esordio all’insegna di un hard rock gagliardo e patinato assieme, melodico e irruente, prodotto benissimo da Neil Geraldo, che proiettava John Waite ai piani più alti della neonata scena AOR. C’è l’urgenza di “White Heat”, “Be My Baby Tonight” e “Wild Life”, con i loro riffoni secchi di chitarra sui panneggi di tastiere; il vellutato acciaio dei masterpiece “Change” e "Temptation", dotati di una sconfinata estensione melodica spiegata su un telaio di hard rock cromato; il piano R&B che conduce “Mr. Wonderful” fra le esplosioni di energia del ritornello; “Going To The Top”, libro di testo per Bon Jovi e tanti altri; l’hard’n’roll sofisticato di “Desperate Love”, con un pianoforte (boogie, stavolta) in evidenza; i chiaroscuri di “Make it Happen”; la misura strepitosa della ballad “I’m Still in Love With You”. Tutti gli assoli di chitarra sono del grande session player Tim Pierce, fra i songriters che coadiuvano John appaiono Holly Knight e Paul Sabu. Per me, il suo disco più bello in assoluto. Due anni dopo, No Brakes’ risulta un altro lavoro eccellente, con Gary Myrick alle chitarre e John che produce assieme a David Thoener. Parte con il rockaccio convulso di “Saturday Night”, prosegue con il mega hit “Missing You”, melodia tenera sapientemente innervata di elettricità, si fa largo con il big sound ruvido di “Dark Side Of The Sun” e “Tears”, rallenta il ritmo con le sfumature country blues di “Restless Heart”, scivola fra i mutevoli umori di “Euroshima” e le alchimie un po’ Billy Squire di “Dreamtime/Shake It Up”, accelera con le sfuriate di “For Your Love”, conclude le danze con il flavour funk di “Love Collision”. "Missing You" porta per la prima volta John al numero uno di Billboard e traina in alto anche ‘No Brakes’, che in appena tre mesi diventa disco d’oro in USA e porta il Nostro perfino a qualche comparsata in un paio di telefilm (i più vecchi se lo ricorderanno in tre episodi di Il profumo del successo, andato in onda nel nostro paese a partire dal 1985, che il vostro webmaster religiosamente seguiva non per la insulsa trama da soap opera ma per poter rimirare Morgan Fairchild, all’epoca in pieno splendore).

Nel 1985, ‘Mask of Smiles’ è un disco registrato forse troppo in fretta, per sfruttare l’onda lunga di "Missing You": risulta un po’ carente di ispirazione, a cui John supplisce comunque con il suo invidiabile mestiere. Manca qualcosa nella melodia di “Every Step of The Way”, forse il refrain non è abbastanza incisivo, ma è bello il taglio risoluto di “Laydown”, fra intrecci di chitarre taglienti e tastiere spettacolari, mentre “Welcome To Paradise” è una discreta power ballad. “Lust For Life” è poco più di un filler, piacevole il ritmo pimpante e la vena R&B di “Ain’t That Peculiar” e “You’re The One”, calda l’atmosfera di “Just Like Lovers”, molto leccata ma efficace la ballatona “The Choice” e chiude l’adrenalina dell’hard’n’roll “No Brakes”, su cui imperversa un indiavolato pianoforte da saloon. Non si può fare a meno di sottolineare che tra i chitarristi ospiti, spunta a sorpresa il nome di Johnny Thunders, solitamente alle prese con ben altro materiale sonoro.

Arrivato al quarto capitolo, il rock di John Waite riprende quota con ‘Rover’s Return’, facendosi un po’ meno irruente e (se possibile) più raffinato. La produzione è nelle mani di Frank Fillipetti, le chitarre in quelle di John McCurry. Desmond Child regala uno dei suoi strepitosi refrain a “These Times are Hard for Lovers” (quel riff così insinuante che scivola su un tessuto notturno e malizioso), “Act of Love” è una ballad intensa e luminosa, l’intreccio di riff taglienti di “Encircled” prelude al divino mid tempo bluesy “Woman’s Touch”, squarciato da solari esplosioni di tastiere. Dopo il rock da FM “Wild One” c’è un’altra immensa scheggia di melodia con “Don’t Lose Any Sleep” (scritta da Diane Warren, la rifarà anche Robin Beck), il bel crescendo di “Sometimes”, le tinte policrome di “She’s the One”, misteriosa nei versi e radiosa nel refrain, e la classe sopraffina dell’hard R&B “Big Time for Love”, che si dipana fra una chitarra bollente ed il fragore cromato di una sezione fiati. Il pubblico, però, resta freddino (il picco sulla Billboard 200 è un non esaltante numero 77), spingendo John a fare lega con Jonathan Cain, Ricky Phillips (anche lui un ex Babys) e Neal Schon negli ineguagliati Bad English.

Di tutto quello che è venuto dopo non è che non valga la pena parlare, solo non aggiunge nulla a quanto John ha fatto – e a che livello – nei Big 80s, soprattutto su ‘Ignition’ e ‘Rover’s Return’, dischi che nessun amante del rock adulto può permettersi di ignorare.

 

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JESSE DAMON

 

 

  • DAMON'S RAGE (2020)

Etichetta:AOR Heaven Reperibilità:in commercio

Questo nuovo lavoro di Jesse Damon e Paul Sabu (il jungle boy dell’AOR non si limita certo a produrre, anche se il disco è intestato unicamente all’ex cantante/chitarrista dei Silent Rage) è, con l’appena pubblicato album di Robert Hart (la mia recensione potrete leggerla sul prossimo numero di Classic Rock), la cosa migliore che abbia ascoltato dal principio dell’anno in ambito melodic rock. ‘Damon’s Rage’ è un vero e proprio trattato di Sabu sound, quasi un genere nel genere tanta è la caratterizzazione che Paul è in grado di dare alla musica che firma, declinato in tutte le  sue sfumature, da quelle più tenui a quelle più marcate. Inizia con la melodia ariosa sul riffing serrato di “Play To Win”, avanza con la freschezza elegante di “Love Gone Wild” (ritmata sul tema di “Ten Years Gone” e benedetta da un arrangiamento vario e sofisticato), esplode nell’arena rock d’atmosfera sapientemente punteggiato dalle tastiere intitolato “Shadows Of Love”, si fa in successione misterioso e solenne sulla title track, prende tinte da metal californiano ed un refrain anthemico fra gli accordi di “Electric Magic”, torna all’AOR con le strofe fascinose ed il refrain potente in “Love Is The Answer”, si fa spettacolare nel class metal “Tell Me Lili”, spara un fantastico refrain in “Here Comes Trouble”, ammalia nei chiaroscuri della power ballad “Lonely Tonight”, diverte con il riffone secco e la melodia scanzonata di “Flying Dutchman”, coinvolge con il clima spavaldo ed il refrain leggero e divertito di “Adrenaline”, spande vaghi umori southern sul tessuto AOR della suggestiva ballad “Wildest Dreams”. La qualità audio non è ai massimi livelli ma neppure infima, e fa il paio con quella del penultimo ‘Temptation in the Garden of Eve’: nulla, comunque, che possa guastare il piacere che ‘Damon’s Rage’ darà a chiunque ami il grande AOR dei Big 80s

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SKIN & BONES

 

 

  • NOT A PRETTY SIGHT (1990)

Etichetta:Equinox Reperibilità:scarsa

 

Un fiasco annunciato? Probabilmente sì, se osserviamo che questa band americana che praticava uno street metal assolutamente yankee venne messa sotto contratto da una fantomatica label inglese (“fantomatica” perché risulta aver pubblicato solo questo disco e nient’altro) senza distribuzione negli USA, dove gli Skin And Bones decisero di pubblicare ‘Not a Pretty Sight’ in proprio (ma solo su LP e cassetta), forse soltanto per poterne vendere qualche copia dopo i concerti. Andò meglio in Giappone, dove l’album fu preso in carico nientemeno che dalla Victor, però questa edizione nipponica è rarissima e oggigiorno si trova sul mercato prevalentemente l’edizione inglese su vinile (la Equinox lo pubblicò anche in CD, almeno così dice Discogs, ma di copie britanniche su dischetto ottico io non ne ho mai viste in giro).

Alla fantomatica label di cui sopra, in compenso, le risorse non dovevano mancare dato che fece incidere la band in due studi inglesi e per la produzione si assicurò Andy Taylor (l’ex Duran Duran a quel tempo molto in auge in questo ruolo grazie al botto dei Thunder), mentre come ingegnere del suono venne reclutato addirittura Mike Fraser. L’album è aperto da “Nail It Down”, street metal dall’atmosfera cupa alleggerita da un refrain vagamente anthemico, con belle rifiniture di armonica e un assolo di chitarra slide; a seguire, spiccano i notevoli chiaroscuri di “Ressurection Love”, con il suo riff pulsante e la melodia fresca del refrain. “Cover Me With Roses” è una power ballad malinconica, perfettamente allineata all’estetica street di fine anni ’80, “Hey Stupid” viaggia su un riffone AC/DC ed esplode con un coro anthemico mentre “Nymphomania” è scanzonata e decisamente Van Halen, con un refrain diretto che fa tanto Joan Jett. “Kiss This”, convulsa e nevrotica, precede “All the Girls in the World”, dove i Nostri sembrano dei Bon Jovi più ruvidi e diretti: banale. Molto meglio fanno su “Let Her Go”, una power ballad suggestiva, con un bel crescendo ed un vago smalto southern. Su “Out With the Boys”, i ragazzi si trasformano di colpo nei Thunder: Andy Taylor deve aver avuto le sue responsabilità per questo estemporaneo cambio di pelle. Conclude “My World”, che ci serve gli Autograph in salsa street metal.

Nel 2003, la Metal Mayhem riversò su un unico CD il contenuto di ‘Not a Pretty Sight’ (in versione giapponese) e dell’EP di esordio, ‘Madhouse’, intitolando questa raccolta ‘Speak Easy’: non so se sia ancora in catalogo, ma su eBay e Amazon è presente in abbondanza e a prezzo onesto, e per i fan dello street rock yankee, l’acquisto è caldamente raccomandato.