recension

 

AORARCHIVIA

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MICHAEL BOLTON

 

 

  • EVERYBODY'S CRAZY (1985)

Etichetta:Columbia Reperibilità:in commercio

 

Quando devi scrivere di un classico – e uno di quei classici che più classico non si può, adorato, mitizzato, indiscusso; insomma: classico al di sopra di ogni dubbio e sospetto – corri sempre il rischio di accatastare banalità o ridurre tutto ad una sfilza di superlativi. ‘Everybody’s Crazy’ appartiene alla categoria dei classici indiscussi e, dunque, cosa posso mai dire io, di nuovo, su questo disco? Chi bazzica l’AOR non può non conoscerlo e chi ama l’AOR non può non amarlo. È un capolavoro: assoluto, senza la minima ombra, trentasette minuti e dodici secondi di musica straordinaria eccetera eccetera…

Okay, io ci provo. A scrivere di ‘Everybody’s Crazy’ tentando di evitare (per quanto possibile) le banalità e mantenendo una ragionevole quantità di superlativi.

E, per non smentirmi, comincio non da Mr. Bolotin, ma da chi ha seguito la realizzazione del disco dietro il banco del mixer: il produttore, insomma: Neil Kernon.

 

Nelle interviste rilasciate nel corso degli anni, Neil non ha mai fornito (purtroppo) particolari tecnici di qualche rilevanza riguardo questo disco. Ma ha dichiarato che Bolton per parecchio tempo mise il veto alla ristampa sia di ‘Everybody’s Crazy’ che del precedente ‘Michael Bolton’ del 1983, per timore che il pubblico che lo conosceva come cantante pop e soul venisse “confuso” da musica così diversa da quella che lo aveva reso ricco e famoso. E considerato che tra il 1987 e il 1996, Bolton pubblica album che gli frutteranno un totale di 24 dischi di platino nei soli USA, lo renderanno una star iconica e un personaggio pubblico quasi proverbiale (la sue comparsate in varie sit com – in particolare quella in 2 uomini e mezzo – nel ruolo di se stesso sono la miglior prova dello status raggiunto), l’idea che il pubblico del pop mainstream potesse ritrovarsi orripilato da un Michael Bolton versione cantante hard rock non era poi del tutto peregrina. Ma già da anni il veto è caduto e ‘Everybody’s Crazy’ ha trovato la via della ristampa, senza (naturalmente) fare sfracelli nelle classifiche, proprio come non ne aveva fatti nel 1985.

E potremmo porci una domanda che pochi sembrano mai essersi fatti: perché diavolo questo disco andò così male su Billboard, non riuscendo ad entrare neppure nei Top 200? Aveva il supporto molto convinto di una label come la CBS, eppure ‘Everybody’s Crazy’ fu un puro e semplice flop a livello di vendite. Forse risentì della concorrenza della british invasion (la seconda, naturalmente: quella di Duran Duran, Simple Minds, Tears For Fears e compagnia), che quell’anno monopolizzò l’interesse del pubblico yankee, e in effetti il 1985 non fu esattamente un anno d’oro per il mercato dell’AOR e del melodic rock made in USA. Due anni dopo, il sempre pregevole ma considerevolmente più patinato ‘The Hunger’ frutterà al Nostro due dischi di platino: e non tanto perché fosse più patinato, ma – secondo me – perché sfruttò l’onda lunga del successo che tante band di rock melodico stavano riscuotendo in quel magico 1987. ‘The Hunger’ avvia la trasformazione di Bolton, da cantante hard rock a icona pop/soul e ‘Everybody’s Crazy’ diventa una macchia nera sul suo pedigree, un episodio imbarazzante del suo passato, sepolto alla stessa maniera dei Blackjack, la band a cui si aggregò dopo che i suoi primi due album solo (nel 1975 e 1976) avevano suscitato un interesse prossimo allo zero. Il ripudio fu totale e quando, anni dopo, cominciò a girare la voce che la futura icona avesse fatto (a suo tempo) un’audizione per i Black Sabbath, Bolton si affrettò a smentirla pubblicamente, e usando il tono fra l’indignato, l’incredulo e il divertito di qualcuno che si sta difendendo da un’accusa di molestie sessuali ad un tacchino.

 

La quantità di personaggi coinvolta nella registrazione di ‘Everybody’s Crazy’ è esorbitante, e a nominarli tutti non la finiremmo più. Spicca l’ex compagno dei Blackjack Bruce Kulik, autore delle parti di chitarra in otto delle nove canzoni dell’album, ma il personaggio chiave è Mark Mangold, che suona (ovviamente) le tastiere (e non è certo il solo key player di ‘Everybody’s Crazy’: in totale, i crediti per questa voce vanno a nove persone diverse), compone e arrangia assieme a Bolton tre canzoni. Eppure la personalità musicale di Mark Mangold si impone con forza su tutto l’album, al punto che in certi momenti ‘Everybody’s Crazy’ sembra quasi un preludio ai Drive, She Said. E sarà un caso che Mark mise su la sua band associandosi ad un cantante dalla voce non tanto lontana da quella di Bolton come Al Fritsch buonanima? Venendo poi alla voce di Michael Bolton… Quanto contribuisce a rendere l’album il masterpiece che è? Senza dubbio, vi contribuisce notevolmente. Se su queste nove canzoni avessimo una voce anonima, poco incisiva, ci godremmo il songwriting superlativo e basta. Ma in questo caso abbiamo anche una voce superlativa che, oltretutto, si mette al completo servizio delle canzoni. Mentre incideva questo disco, Bolton non era ancora “l’Otis Redding bianco”, la sua ugola non era ancora il principale motivo di interesse per coloro che si mettevano all’ascolto della sua musica, l’elemento centrale che doveva obbligatoriamente spiccare su tutti gli altri. Il critico che su Allmusic.com ha recensito ‘Everybody’s Crazy’ gli ha dato una sola stella (su cinque possibili) perché, secondo lui, in questo disco non si riusciva a sentire bene la voce di Bolton: peggio: si aveva (secondo lui) la sensazione che Bolton dovesse lottare per farsi sentire. È evidente che il suddetto critico non ha molta dimestichezza con il rock, melodico o meno, ed è abituato ad ascoltare il Bolton pop e soul. Vuole sentire la voce, non la musica (proprio come l’italiano medio, fra l’altro) e, dunque, l’ascolto di un album che non mette una voce al centro, ben staccata da quello che le sta dietro e attorno, gli riesce poco gradevole. E allora, il pensiero del Nostro riguardo la poca opportunità di rimettere ‘Everybody’s Crazy’ in circolazione forse non era affatto sbagliato.

Venendo alla musica, ricordiamo che Michael Bolton è anche un eccellente autore di canzoni, sia che le scriva per sé che per gli altri. Tutte le nove schegge che compongono l’album portano la sua firma. E tutte hanno contribuito a forgiare l’estetica dell’AOR anni ‘80. Non traccia strade nuove: i temi e gli stilemi di ‘Everybody’s Crazy’ arieggiano in maniera abbastanza netta quelli già resi celebri da Journey e Foreigner. Quello che conta è il songwriting superlativo e la produzione magistrale. E ricordiamo ancora che questo non è un album leggero leggero, al confine del pop: è fatto di hard melodico e AOR hard edged, pur sempre ben lubrificato dalle tastiere. Qui, Bolton ruggisce e, nonostante quello che pensa il signore di Allmusic, riesce a farci sentire benissimo quella sua voce calda e pastosa, espressiva senza mai diventare teatrale: cavalca la melodia fresca e potente di “Save Our Love” (introdotta da un ingannevole pulsare danzereccio di percussioni) con autorità, domina l’arena rock alla Autograph della title track senza sforzo, penetra agilmente nell’intreccio geometrico di keys e chitarre di Can’t Turn It Off”. E se le melodie rimandano alle band già citate qui siamo ben oltre la sterile riproposizione: la voce di Michael Bolton non ha le sfumature violinacee e i toni solenni di Steve Perry, le note acute e accorate di Lou Gramm: è più maschia, potente, spavalda, imponendo un carattere differente – più fisico, quasi viscerale – alle canzoni. “Start Breaking My Heart” sembra uscita dritta dal songbook dei Foreigner (venne scritta da Bolton con Mark Radice, key player che ha collaborato con una quantità spropositata di artisti nei più vari generi musicali), ha la stessa intensità drammatica che associamo alla band di Mick Jones, ma il canto di Bolton ha sfumature nello stesso tempo sofferenti e rabbiose che non appartengono allo spettro di Lou Gramm (che tende – innegabilmente – più al querulo…). Altra tranche Foreigner inspired (ma con una consistente dose Journey nelle strofe) è “Everytime”, dove la presenza di Mark Mangold nell’arrangiamento diventa palese in quel solo di keys sinfoniche così abilmente stratificate. E poi? C’è quella splendente power ballad illuminata da un solo di sax (suonato nientemeno che da Mark Rivera) intitolata  Call My Name”, il tempo boogie alla ZZ Top di “You Don’t Want Me Bad Enough”, la tensione quasi dolorosa di “Desperate Heart”, quel connubio di atmosfera ed elettricità che risponde al nome di  Don’t Tell Me It’s Over” e chiude alla perfezione un album diventato (non a caso) leggendario.

 

Chiedersi chi sia il Michel Bolton “vero” se quello di ‘Everybody’s Crazy’ o quello di “Time, Love & Tenderness” o uno qualsiasi degli album cremosi che ha inciso dal 1987 in poi è domanda destinata a rimanere senza risposta. Forse, un Bolton “vero” neppure esiste: la gente cambia e quello che pareva sublime a vent’anni magari oggi lascia freddi o ci fa ridere o addirittura ci risulta sgradevole. Succede. È la vita. L’AOR ha avuto questo cantante straordinario per un solo album ma le ugole sopraffine, al melodic rock non hanno mai fatto difetto e il pentimento (come altro possiamo definirlo?) di Bolton può rammaricarci ma non struggerci, né rovinare il piacere che ogni ascolto di ‘Everybody’s Crazy’ può dare.

 

AORARCHIVIA

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SAVANNAH

 

 

  • SAVANNAH (1998)

Etichetta:Z Rock Reperibilità:scarsa

 

Non tutti possono essere d’accordo, ma c’è un vasto consenso sul fatto che gli “anni d’oro” del rock melodico sono quelli tra il 1981 e il 1993. È in questo periodo che vengono incisi tutti i classici riconosciuti del nostro genere. Però, il rock melodico viene praticato ancora oggi e non sempre nelle forme canonizzate durante i Big 80s. Nei 26 anni trascorsi dal 1993 è uscita una messe di album, eppure nessuno (e lo sottolineo in maiuscolo: NESSUNO) è riuscito a conquistarsi realmente la palma di “classico”: ci sono dei trend sonori – chiamiamoli così – che fanno riferimento alla scena più vivace, quella scandinava, ma non si può individuare uno o più album che abbia fatto da modello indiscusso. Certo, ogni tanto (anzi, piuttosto spesso) ad un album viene vaticinato questo ambitissimo status, ma (se tutto va bene) dopo sei mesi se lo sono già dimenticati tutti: il rachitico mercato del rock melodico, semplicemente, non è più in grado di generare autentici classici, ovverosia album che vengono imitati dai musicisti e ascoltati dal pubblico per anni e anni, considerati un punto fermo nell’evoluzione del melodic rock da cui non si può prescindere. I Savannah sono  stati un ottimo esempio di questo stato di cose. Il loro esordio del 1998 è stato per qualche tempo non solo osannato, ma usato spesso e volentieri come pietra di paragone. L’anno successivo pubblicarono un altro disco, poi un live, infine si sciolsero fra l’indifferenza generale.

Savannah’ meritava tanto entusiasmo? Si trattava senza dubbio di un ottimo album. Eccellente qualità audio, produzione di buon livello, parti di chitarra mai banali. È vero che la band si appoggiava, per così dire, ai mostri sacri del genere, ma non scadeva mai nella clonazione. “Down Every Road” era costruita su un’architettura che molto doveva ai Survivor con un bel connubio chitarre/tastiere, e su quelle stesse atmosfere (in forma di power ballad) permaneva “Left Out in the Rain” (con l’aggiunta di una leggera mano di Triumph all’intonaco). Jeff Paris (nei suoi momenti più pop) e Def Leppard sovrintendevano a “Premonition” (notevole il riffing), mentre “Never Too Late” shakerava Journey e Drive She Said. Ancora i Journey erano tirati in ballo da “Two Young Hearts”, con un tocco dei Bon Jovi più heartland rock, con “Spend a Little Time” irrompeva l’arena rock più bombastic, diretto ma non banale, di nuovo con un certo smalto Jeff Paris nella melodia. Se “Never Let It Go” era un class metal con begli sprazzi d’atmosfera, “Back in Line” rappresentava il top creativo dell’album: un Hammond sfrigolante, chitarre serratissime, break funk per chitarre e tastiere, refrain molto sleaze: un metal californiano OGM di notevole caratura. La ballad “Useless Alibis” aveva dalla sua una bella melodia e per chiudere i Savanna sparavano “Hardline”, un hard’n’roll divertente e scatenato.

Insomma: un buon album. Non un “classico”, ma un lavoro superiore alla media certamente sì. Senza dubbio non un capo d’opera, ma senz’altro degno di essere ricordato. Eppure, dopo l’entusiasmo iniziale, pare che oggi non se ne ricordi più nessuno.

Ma il punto è un altro. Album che avrebbero avuto tutti i numeri per diventare veri classici (l’esordio dei Monkeyhead, di Chris Ousey, Rob Moratti o dei One Desire, tanto per fare qualche nome) hanno subito lo stesso destino di quelli dei Savannah. Chi segue il nostro genere non sa più (oppure non vuole) discriminare tra dischi buoni, eccellenti o mediocri: arraffa tutto, basta che porti su l’etichetta “melodic rock”, ascoltando per qualche settimana e poi passando senza esitazione al disco successivo. È un po’ come per la narrativa di genere: a chi è appassionato di fantasy, gialli o fantascienza di solito non frega un beneamato cazzo che quello che legge sia valido da un punto di vista letterario, vuole la “fantascienza” o il “giallo” e per questi lettori tra William Gibson e Suzanne Collins, o tra Raymond Chandler e Maurizio De Giovanni non c’è nessuna differenza: l’importante è che ci siano le astronavi o i mondi paralleli (o quello che vi pare sia classificabile sotto la voce “fantascienza”), un morto ammazzato e un poliziotto che indaga, poi tutto fa brodo. E se esistono comunque dei lettori in grado di distinguere la letteratura dalla spazzatura “di genere”, sembra che nel nostro campo specifico nessuno sia più davvero capace di elaborare delle scale di valori. Perché i classici non li eleggono davvero i critici, ma il pubblico. Un critico può indicare, suggerire, dare la sua opinione, niente di più. E invece il pubblico del rock melodico continua a trattare gli album di valore alla stessa stregua di quelli infimi, impegnato unicamente in un consumo compulsivo di qualunque raccolta di canzoni porti un’etichetta che sa in anticipo di proprio gradimento.