AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

RESTLESS

 

 

  • ALONE IN THE DARK (1998)

Etichetta:MTM Reperibilità:buona

 

Cominciamo dal principio: questa band non esiste. O, meglio: non è mai esistita. Questa pubblicata dalla MTM potrebbe essere definita quasi una raccolta di demo: brani registrati nel corso degli anni, mentre Rogers Sommers – già singer dei Freelance e poi affermato produttore – cercava di tramutare il progetto Restless in realtà fra cambi di line-up, occasioni che sfumavano per mille ragioni o contrattempi e la solita miopia delle case discografiche grandi e piccole. Chi vuol saperne di più, può divertirsi a leggere nel booklet del CD la storia che di questo monicker fantasma fa il noto giornalista Paul Suter.

Pur registrate in tempi, luoghi e con mezzi diversi, tutte le canzoni hanno un suono di qualità a dir poco eccellente e molto ben definito, e sfido chiunque non sia stato messo in precedenza sull’avviso a riconoscere la natura discontinua e tutto sommato antologica del materiale che compone il disco. E c’è da mangiarsi le mani ad immaginare cosa avrebbero potuto realizzare i Restless se fossero diventati una vera band, perché questi dodici pezzi che ne rappresentano l’unica testimonianza discografica sono tutti, indiscutibilmente, di classe superiore.

I referenti più immediati per il sound della band sono Journey, Bon Jovy, Surgin, Motley Crue e sopratutto gli Autograph: si passa con disinvoltura dall’AOR levigato e suadente di pezzi come “Lightning’ strikes”, “In your eyes”, “Keep the fire burnin’”, all’hard melodico e anthemico di “Guilty”, “Alone in the dark” e “Body to body”, sicuramente la top song del disco, dove più evidenti risaltano le analogie con gli Autograph. Anche “Painted lady” riprende la formula spettacolare della band di Steve Plunkett (ma le partiture di tastiere di questa canzone sembrano trascritte pari pari da quelle di “American Babylon” degli House of Lords) mentre la conclusiva “Willing” è una power ballad autorevolmente impostata sullo stile dei migliori Bon Jovy.

Il fatto che questo disco uscito nel 1998 sia ancora regolarmente disponibile presso la gran parte dei distributori specializzati è un chiaro segno della scarsa attenzione che gli è stata riservata dal pubblico. Un disinteresse immotivabile data l’altissima qualità della proposta. Ma  evidentemente, non era proprio destino che i Restless uscissero da quell’ombra che ha avvolto  e segnato tutta la loro sotterranea vita artistica.

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

SHADOWMAN

 

 

  • LAND OF THE LIVING (2004)

Etichetta:Escape Reperibilità:in commercio

 

Chi ha comprato questo disco pensando di poterci trovare la perfetta fusione tra FM,Heartland e Thunder, immagino sarà rimasto deluso. Io stesso mi aspettavo - lo ammetto - un sound più vicino a queste bands. Non che i riferimenti alle passate avventure di Steve Overland, Steve Morris e della sezione ritmica della band di ‘Backstreet simphonymanchino del tutto, ma il discorso Shadowman è impostato su coordinate molto più AOR di quanto si poteva sospettare leggendo i comunicati della Escape. Il termine di paragone più azzeccato sono forse le produzioni fine anni ‘80/primi anni ’90 di Bryan Adams, è tutto molto levigato, i suoni sono curatissimi e Steve Overland più che all’aggressivo tende al vellutato. Anche nei pezzi più energici, l’ex-singer degli FM non si schioda da quest’impostazione soft, ma il suo bel timbro caldo compensa comunque il deficit di potenza nella voce (che però resta sempre tutt’altro che espressiva). I momenti ispirati non mancano, e anche le canzoni in apparenza meno avventurose hanno finezze che le rendono tutt’altro che scontate. Quando il volume ed il voltaggio salgono – ma sempre senza esagerare –  prendono corpo i fantasmi degli FM post-‘Though it out: “Those days are gone”, “Medicine to me”, la title track, “Waiting for the good times”, quest’ultima di certo la più hardrockeggiante e probabilmente il top del disco. Tra le ballad, spicca la sofisticata “How does it feel”, pura magia AOR come la più delicata “Wild wild water”.

Un disco, in definitiva, senza emergenze, ma molto “lavorato” e ben prodotto. Consigliatissimo.

 

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

KISS

 

 

  • REVENGE (1992)

Etichetta:Mercury Reperibilità:in commercio

 

Provate ad appiccicare la parola “classe” ai Kiss, e Gene Simmons ci piscerà sopra e poi userà la vostra faccia per strofinarla via. Provate ad associare alla musica di questa band le parole “eleganza” e “tecnica” e Paul Stanley vi prenderà a calci in culo dopo essersi infilato ai piedi gli zatteroni del suo costume da stella. Eppure, i Kiss sono stati tra le pochissime band di hard rock che all’MTV Unplunged non si sono rese ridicole o hanno portato uno show soporifero: un’indiscutibile dimostrazione di quella classe che la band ha sempre accuratamente  nascosto sotto una patina di volgarità ben calcolata, di grossolanità da barzelletta sporca, sovrapponendogli un’immagine che pareva una gigantesca presa in giro del glitter e delle mascherate tanto care a certi ensemble del rock progressivo.

Cosa sono stati i Kiss negli anni ’70, solo i più vecchi possono ricordarlo e non basterebbe una decina di pagine per raccontarlo. Per qualche anno si scatenò una specie di follia collettiva che ti faceva spuntare quei faccioni mascherati praticamente dappertutto, il merchandise della band raggiungeva vertici di virtuosismo mai toccati prima e mai replicati dopo, mancava che il marchio con le due “S” runiche venisse schiaffato anche sulla carta igienica ed il cerchio sarebbe stato completo, mentre la Kiss Army possedeva una consistenza ed un’organizzazione da fare invidia alla CGIL. Come tutte le maree, anche quella decrebbe, si estinse, lasciando i Kiss ai margini dei Big ’80: chi idolatrava WASP e Twisted Sister pareva aver dimenticato da quale fonte veniva quel rock elettrico, anthemico, roboante, teatrale. Bisogna ammettere che i Kiss non avevano fatto molto per mantenere il proprio status di decani dell’hard rock da arena: prima il passo falso di ‘Dynasty’, poi una serie di album a corrente alternata, l’addio di Ace Frehley e Peter Criss, in pratica bisogna aspettare la fine degli anni 80 per riascoltare la band ai massimi livelli con ‘Crazy nights’ prima (che non riuscì comunque ad evitare alla band l’onta di venir scavalcata dagli Iron Maiden come headliners ai Monsters Of Rock europei del 1988) e ‘Hot in the shades’ poi. Ma è con questo ‘Revenge’ che i Kiss tornano al top assoluto, riguadagnano consensi e il rispetto di tante giovani leve che li consacrano come nuova icona del più classico hard rock per gli anni ’90, ruolo che nel decennio precedente era stato attribuito a furor di popolo agli Aerosmith. Ma mentre per la band di Joe Perry, la rinascita artistica segnata da Permanent vacationaveva aperto un nuovo ciclo creativo fatto di una serie di album eccezionali, i Kiss preferirono usare questa rinnovata devozione al proprio nome per navigare nei lidi tranquilli e sicuri dell’autocelebrazione, prima attraverso i live album, poi con inutili tributi organizzati e sponsorizzati dal duo Simmons/Stanley in persona, per giungere infine alla reunion con Frehley e Criss sboccata nell’inevitabile tour dove far sfoggio di maschere, costumi e fuochi d’artificio per rievocare i bei vecchi tempi... e riempirsi ancora una volta le tasche di tanti bei dollari fruscianti. Inutile precisare che la sfacciataggine di Gene quando si parla di soldi riesce mille volte più gradevole dei castelli di ipocrisie innalzati da tante bands “sincere” ma che si dimostrano nei fatti assetate di quattrini quanto il bassista dei Kiss: ipocrisie che talvolta rasentano il vergognoso ed il risibile, come quando un’arcinota formazione di Seattle a cui vengono spesso attribuiti un candore ed una spontaneità da fare invidia a Bambi o ad Heidi, ha la faccia tosta di affermare che la pubblicazione contemporanea di 72 album dal vivo è un regalo ai propri fans e non al proprio conto in banca. Tornando a ‘Revenge’, occorre sottolineare che la band non concepì questo disco nello stesso spirito che aveva guidato gli Aerosmith verso ‘Permanent...’: la formula ottantiana dell’hard rock dei Kiss qui è semplicemente riproposta con più autorevolezza, il songwriting non ha sbandamenti, non vi sono concessioni modaiole al sound in voga come avverrà nel successivo, aborrito e parzialmente rinnegato ‘Carnival of souls’. E’ un sound aggressivo, ma nello stesso tempo scanzonato, che può tingersi dei colori del più arcigno metal americano in “Unholy” e “Thou shall not”, o contaminarlo di armonie pop con “Domino”, “Paralyzed”, “I just wanna”, “Heart of chrome” (che ci ricorda da chi i Ratt hanno imparato la lezione), dilatarsi in grandi ballads che qui si chiamano “Every time I look at you” e “God gave rock and roll to you”. I testi sconci di “Take it off” e “Spin” sono l’inevitabile tributo a quell’immagine sessista che nel bene come nel male è stato uno dei trademark inconfondibili della band ed altre due grandi schegge di rock and roll indiavolato ma mai approssimativo: tutto è rilegato alla perfezione dalla produzione precisa e bilanciatissima di Bob Ezrin e impreziosito dagli assoli di quel gregario mai abbastanza lodato che fu Bruce Kulik.

Dopo il bellissimo Psycho circus’ – trionfante ritorno alle atmosfere di ‘Revenge’ e ‘Crazy night’ dopo le brutture di ‘Carnival...’ – la band sembra ferma al palo, e recentissima è l’uscita solista di Gene Simmons con ‘Asshole’, sublime presa per il culo di un impareggiabile lestofante che non a caso scelse come logo per la sua casa discografica un sacchetto con impresso sopra il segno del dollaro...

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

HEART

 

 

  • PASSIONWORKS (1983)

  • HEART (1985)

  • BAD ANIMALS (1987)

  • BRIGADE (1990)

  • ROCK THE HOUSE LIVE (1991)

  • DESIRE WALKS ON (1993)

Etichetta:Capitol Reperibilità:in commercio

 

Avrei voluto celebrare il ritorno discografico delle sorelle Wilson magnificando il nuovo ‘Jupiter’s darling’, ma le suggestioni settantiane di questo disco hanno ben poco in comune con l’hard rock melodico con cui la band ci ha deliziato nella seconda metà degli anni ’80. È una specie di ritorno alle origini, al rock Zeppeliniano, al folk modulato sugli arpeggi dei mandolini e le atmosfere vagamente bucoliche di certi episodi di ‘Dog and butterfly’ e ‘Little queen. Che la band non avesse più voglia di camminare lungo le strade dell’AOR, del resto s’era già capito da tempo: il progetto Lovemongers ed il live acustico ‘The road home’ avevano indicato senza equivoci il sentiero che gli Heart avrebbero battuto in futuro. E così, a meno di improbabili ritorni di fiamma per l’AOR in un domani tutto da scrivere, non ci restano che i vecchi, formidabili dischi da ascoltare e, naturalmente, raccontare a tutti quelli troppo giovani per averli divorati all’epoca della loro uscita.

I ’70 erano stati anni di gloria, per gli Heart. La loro miscela di folk e hard Zeppeliniano aveva l’ingrediente vincente nella voce favolosa di Ann Wilson: dolce e accorata nelle ballads, acuta e tagliente quando cavalcava i riff più elettrici: probabilmente l’ugola più straordinaria che il rock femminile, in toto, abbia mai avuto. La sorella Nancy, Howard Leese e Roger Fisher si occupavano delle chitarre con diligenza, ma senza eccellere in virtuosismi (basti pensare agli assolo di Howard Leese, che in genere si sviluppano sempre su poche battute rigorosamente lungo la linea melodica del ritornello) , e lo stesso si può dire della sezione ritmica formata da Michael Derosier e Steve Fossen .

Al giro di boa del nuovo decennio, la band si presentò con l’ottimo Bebe le strange’, per poi subire una battuta d’arresto – secondo me – con ‘Private audition’, uscito nel 1982: ad eccezione dell’iniziale “City’s burning”, questo disco è impostato per la gran parte sul folk. Ci fu poi ‘Passionworks’, che nel 1983 segnò il totale rinnovo della sezione ritmica: arrivano Mark Andes ed il veterano Danny Carmassi (Fisher se n’era andato nel ’79, pare per il naufragio della sua relazione con Nancy; assieme a Fossen e Derosier si unirà successivamente ai grandi Alias di Freddy Curci). Prodotto da Keith Olsen, 'Passionworks' è un album asciutto ed essenziale, in cui la band sperimenta una prima, timida attualizzazione del proprio sound nella direzione del neonato rock melodico, mantenendo però sempre i piedi ben saldi negli anni '70. L'unica vera concessione al rock contemporaneo è l'uso (fortunatamente) saltuario di una orrenda batteria elettronica. Da questo disco la band non ha mai recuperato niente per i suoi show, ma avrebbero meritato l'inclusione in  scaletta perlomeno "Allies", grande ballad scritta da Jonathan Cain (con David Paich dei Toto al pianoforte) e la zeppeliniana "Together now". Un album, comunque, interlocutorio.

La svolta autentica arrivò nel 1985. Cambio di label, di look e – sopratutto – di sound. L’AOR vive i suoi primi giorni di gloria e gli Heart si schierano dalla sua parte senza più esitazioni. Con la produzione di Ron Nevison e l’imput di songwriters come Holly Knight, Jim Vallance e Martin Page (fra gli altri), ‘Heart’ si rivela un grandissimo capitolo nella storia del rock melodico, su cui la band pone il proprio marchio con autorità e decisione, da un lato aggiornando il suo classico lato elettrico, dall’altro esplorando nuovi territori sul versante più soft: il folk (finalmente...) scompare, le tastiere prendono il posto di mandolino, banjo e chitarra acustica, ed i risultati di questo nuovo approccio compositivo si chiamano “Never”, delizioso pop rock commerciale, “These dreams” e “Nobody home”, vellutate ballads, la prima interpretata da Nancy; su “Nothin’at all” e “What he don’t know” c’è qualche eco roots, ma risonante su un telaio di moderno, cromatissimo AOR: ricetta, questa, replicata anche sulla più svelta “All eyes”. Anche i pezzi più rockeggianti rifulgono di suoni brillanti e melodie spettacolari ed un’aggressività decisamente ottantiana e metallica, pur mantenendo intatto il marchio di fabbrica Heart: “If looks could kill”, “The wolf”, “Shell shock” sono affilatissime sciabolate di puro hard rock. Una menzione a parte spetta a “What about love”, straordinaria, drammatica power ballad che, pubblicata come singolo assieme a “Never” e “These dreams”, contribuì a spingere il disco addirittura fino al numero 1 della classifica di Billboard. C’è una poi curiosità – se vogliamo chiamarla così – che interesserà, suppongo, sopratutto i collezionisti e i die hard fans della band (lo scrivente appartiene senza dubbio alla seconda categoria). Qualche tempo fa ho comprato ‘Heart’ su CD per mandare finalmente in pensione il mio vinile, ormai allo stremo dopo 23 anni di ascolti continuati. Ma il primo assaggio dell’album sul nuovo supporto mi ha  lasciato, a dir poco, interdetto. Difatti, ho scoperto che “Never” e “Nothing at all” erano presenti in versioni diverse da quelle del vinile. La differenza più evidente stava nel cantato, che sopratutto su “Never” era molto più aggressivo e meno melodico. Mi sono messo a cercare lumi sul web, ma senza ottenere nulla fino a quando non mi sono imbattuto nel sito personale di Ron Nevison. Gli ho spedito una mail chiedendo informazioni e lui, gentilissimo, mi ha risposto che effettivamente aveva rimixato queste due canzoni quando furono pubblicate come singolo, aggiungendo delle parti di chitarra sul coro di “Never”, ma non gli pareva di aver usato delle registrazioni diverse del cantato, anche se era possibile che fosse accaduto, perché questo remix avvenne circa sei mesi dopo la pubblicazione del disco e lui, in sostanza, non se lo ricorda, e dopo tanti anni e tanti dischi prodotti ciò non è affatto strano. In definitiva, sulla versione CD di 'Heart', pare che siano finite le due versioni rimixate di “Never” e “Nothing at all” pubblicate in un primo tempo come singolo e, a meno che Ron Nevison non sia davvero capace di fare della pura e semplice magia quando si siede al banco del mixer, con vocals differenti dalle versioni pubblicate su vinile. Secondo Wikipedia, le versioni originali vennero stampate sulle prime tirature non solo del LP, ma anche delle versioni su CD e cassetta, addirittura può capitare di imbattersi in una copia dell'album (su qualsiasi supporto) con una versione originale ed un remix dell'una o dell'altra canzone...

Dopo due anni di attesa, il successore di questo immenso album non tradì le attese. ‘Bad Animals’, sempre prodotto da Ron Nevison, approfondiva ulteriormente il discorso AOR con atmosfere suadenti, talvolta rarefatte, dove le tastiere prendevano non di rado il sopravvento sulle chitarre, come in “I want you so bad” e nella divina “Alone”,  entrambe scritte dal duo Tom Kelly/Billy Steinberg, affermatissimi songwriters (hanno lavorato, fra i tanti, anche per Madonna: “Like a virgin” l’hanno scritta loro) che nel nostro genere hanno lasciato il segno con il progetto I-Ten, una solitaria, incantevole opera sospesa tra AOR e pop, uscita nel 1983, da cui venne prelevata “Alone”: all’epoca dell’uscita, questa canzone passò completamente inosservata, ma bastò la voce di Ann Wilson a trasformarla in un hit mondiale. Tra il gradevole FM rock di "There's the girl", “You ain’t so though”, “Who will you run to”, le atmosfere magiche di “RSVP”, la ballad “Strangers of the heart”, il disco naviga in definitiva su una rotta molto meno movimentata rispetto al suo predecessore, con la sola title track ad affondare (e neanche tanto) gli artigli in territori più hard.

Con ‘Brigade’, nel 1990, la band recupera alla grande tutta l’aggressività messa da parte su ‘Bad Animals’, firmando quello che è probabilmente il suo miglior lavoro in assoluto, perfettamente bilanciato tra passato e presente, tra le esigenze dell’airplay e la spinta propulsiva delle chitarre. Prodotto da Ritchie Zito, ‘Brigade’ è un disco completo che spazia dall’AOR al confine del pop (“I want your world to turn”, un altro parto della coppia Kelly/Steinberg) alla power ballad ( “Secret”, dal crescendo sublime,  Under the sky” e “I didn’t want to need you” - quest’ultima di Diane Warren - che recuperano atmosfere già sperimentate su ‘Heart’), dal rock da FM ( “Stranded”, scritta da Jamie Kyle e cantata da Nancy, “Cruel Nights”, ancora della Warren) alla strepitosa  “I love you”, dove Ann Wilson si esibisce in un’interpretazione da far arrossire una Celine Dion fino alla radice dei capelli. E’ però nelle schegge più hard che Ann pare esaltarsi davvero: “Tall, dark, handsome stranger”, bluesato saggio di hard aerosmithiano condito da una fragorosa sezione fiati; “The night”, con un riff centrale che è puro granito, e “Call of the wild”, dove rispuntano fantasmi zeppeliniani; “Fallen from grace” e “Wild child”, grandi hard melodici (il secondo già interpretato dagli anemici Romeo’s Daughter, il primo che vede tra gli autori anche Sammy Hagar, e il suo zampino c’è anche su “The night”). L’unico brano sottotono è - singolarmente - quello che venne scelto come apripista per lanciare il disco, “All I wanna do is make love to you”, AOR dalla melodia scialba, scritto da Mutt Lange nel lontano 1979, recuperato dalla band per motivi che mi piacerebbe tanto conoscere.

Nel 1991, esce il disco dal vivo ‘Rock the house live’, quattordici pezzi che, a conferma di un ritrovato desiderio di elettricità, campionano quasi l’intero repertorio della band dai ’70 agli ’80, ma escludendo tutte le canzoni di ‘Bad animals’ salvo una. L’unica novità è la cover di “You’re the voice” di John Farnham. Altro non so dirvi, perché non posseggo il disco. Dai live mi tengo giudiziosamente alla larga: hanno quasi di regola un suono schifoso; e le band, nove su dieci propongono versioni delle proprie canzoni che sono solo le parenti povere di quelle registrate in studio. Ai dischi dal vivo mi rivolgo solo quando ci sono costretto (come nel caso degli H.S.A.S.) e che mi venga un colpo se ho mai capito per quale ragione sono tanto popolari.

Bisogna aspettare il 1993 per il nuovo materiale che prende la forma di ‘Desire walks on’. Mark Andes non è più della partita, e le tracce di basso sono incise da un session man. L’unica concessione al grunge imperante è la partecipazione come ospite del fu Layne Stanley, che canta con Ann Wilson la cover di “Ring them bells” di Bob Dylan. Per il resto, la band continua a muoversi lungo la rotta tracciata da ‘Brigade’, ma con una punta di nitore sonoro in più, quasi una reminiscenza di certe atmosfere algide di ‘Bad Animals’. La produzione di John Purdell e Duane Baron è forse la più cristallina che la band abbia mai avuto, e risalta particolarmente sulle due tracks più soft del disco, “The woman in me” e sopratutto “Voodoo doll”, favolosa scheggia di techno AOR con un  arrangiamento di tastiere in cui fa nuovamente capolino l’ombra del dirigibile, come sulla più dura “Rage” e nell’hard melodico della title track.  Back to Avalon” è una grande ballad elettroacustica, ariosa e intensa; “Will you be there (in the morning)” è affidata alla voce di Nancy: scritta da Mutt Lange, questa splendida canzone sembra schizzata direttamente da un qualsiasi disco dei Def Leppard periodo fine anni ’80, a ricordarci quanto la band di Sheffield debba al suo produttore “storico”. E poi: ancora ballads, con le canoniche ma comunque grandissime “Anything is possible” , “In walks the night” e “My crazy head”; l’attacco frontale di “Back on black II”, recuperata dal disco di Lisa Dalbello (di quest’album parlerò solo quando lo ristamperanno: dunque, considerato l’andazzo, mai...). A concludere – ma soltanto nella versione europea del CD, credo – le versioni cantate in spagnolo di “The woman in me” e “Will you be there (in the morning)”, intitolate “La mujer que thay en mi” e “ Te quedaras (en la mañana)”: solo un esperimento, immagino, e dal risultato per me indecifrabile.

Non voglio chiudere questo pezzo con qualche nota tra l’incazzato ed il malinconico a commento delle scelte attuali della band, anche perché 'Jupiter Darling' è in sé un magnifico disco il più Zeppeliniano, fra l'altro, mai inciso dalla band , di cui potete leggere nella sede più opportuna dell'HARD BLUES DEPARTMENT, seguendo il link. Passata ormai la cinquantina, le Wilson sisters hanno deciso di rivolgere uno sguardo al passato, e non sarò certo io a biasimarle. Ci deve essere voluto molto coraggio a riprendere in mano la copertina di ‘Little queen’, rivedersi belle da mozzare il fiato e poi avventurarsi nuovamente in quegli anni perduti. Basterebbe anche solo questo ad assicurare alle ragazze tutto il nostro rispetto, la nostra stima e la nostra sconfinata ammirazione.

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

BABY ANIMALS

 

 

  • BABY ANIMALS (1991)

Etichetta:Imago/BMG Reperibilità:in commercio

 

Una delle trappole più insidiose in cui può cadere una band è l’indecisione: indecisione sulla chiave in cui proporre la propria musica, indecisione a proposito di ciò che si vuol essere o rappresentare. Spesso si precipita in queste sabbie mobili in momenti difficili o cruciali per la propria carriera, come accadde – tanto per fare un esempio – ai Magnum. Più raro è il caso di un gruppo che – letteralmente – non è neppure sicuro di come cominciare, che continua ad interrogarsi, a chiedersi se deve fare quello che gli piace o quello che gli conviene, e prova a dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, ma sempre esitando, sempre tentando di mettere tutti daccordo, o, quanto meno, di non far arrabbiare nessuno.

La musica degli australiani Baby Animals era tutta un compromesso, come la loro immagine. Suze De Marchi voleva darsi arie da trucida e nello stesso tempo essere riconosciuta come l’oggetto tremendamente sexy ed elegante che era (ed è ancora oggi): forse nei suoi sogni si vedeva come la fusione perfetta di Joan Jett e Carla Bruni, ma questa duplicità è rimasta una fantasia, e la realtà parla un linguaggio amorfo, dove l’aggressività è sempre troppo controllata e manierata, mentre alle proposte più soft si cerca comunque di dare in qualche modo un che di ruvido. Il disco ha i suoi momenti, ma anche troppi vuoti, brani tediosi e inutili, come “Painless” e “One word”. E l’impressione generale è che la band si senta molto più a proprio agio quando alza il volume, come nell’iniziale “Rush you”, e poi in “Waste of time”, “One too many” e nella conclusiva e scatenatissima “Ain’t gonna get”, che nel coro è tanto simile alla “I love rock’n’roll” di Joan Jett da sfiorare il plagio, l’unica vera scheggia a cui si possa appiccicare l’ “hard” davanti alla parola “rock”.

Il secondo album ripeteva la formula, con un titolo che forse voleva essere provocatorio e umoristico, ma rappresentava alla perfezione i dubbi amletici in cui Suze e compagni continuavano a rotolarsi: ‘Shaved and dangerous’, ossia (riferendoci alla bella Suze, che non si fa la barba tutte le mattine… almeno spero) “depilata e pericolosa”: non che ad una bad girl non sia concesso di farsi la ceretta alle gambe, naturalmente, ma l’immagine mi pare emblematica di tutto un atteggiamento di irresolutezza che finì per confinare la band in un limbo grigio, tra voglie di top ten e rigurgiti di quella crudezza rock tanto australiana, fino allo scioglimento tra l’indifferenza generale.

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

PULSE

 

 

  • PULSE (2002)

Etichetta:Frontiers Reperibilità:buona

 

Verso le offerte speciali, molti nutrono una comprensibile diffidenza. In tutti i negozi – da quelli che abbiamo sotto casa ai supermarket virtuali  che fluttuano nel web – non manca mai il settore dedicato allo scontato/scontatissimo/portateveli-via-e-non-parliamone-più. Spulciarlo, in genere è una perdita di tempo o solo un sistema per farsi quattro risate. Ma per i più attenti o i più fortunati, può rivelarsi occasione di ottimi affari. Questi Pulse, per esempio, non li avevo degnati di particolare attenzione all’epoca della pubblicazione, nel 2002. Poi li ho ritrovati nella lista offerte di un noto on-line store, a metà prezzo. Quando il rischio costa poco, si può anche correrlo senza stare a pensarci troppo. Giunto al mio indirizzo il pacco con i CD, ho scelto proprio questo disco per inaugurare l’ascolto della nuova infornata di AOR, perché non avevo particolari aspettative sul prodotto e volevo liquidare subito l’eventuale fregatura, almeno dal punto di vista psicologico (per quello meramente finanziario, non c’era nulla da fare, salvo sbolognarlo al solito negozio di CD usati che - grazie a Dio - accetta di tutto). Ma di fregature neanche l’ombra, tutt’altro. ‘Pulse’ è un esordio che non si può che definire autorevole, di una band dal songwriting maturo, in alcuni frangenti addirittura entusiasmante. Avevo letto nelle recensioni sopratutto riferimenti ai Virginia Wolf ed ai loro più ovvi ispiratori, gli Honeymoon Suite, ma nessuno ha sottolineato l’altra fondamentale componente del suono Pulse, ovvero il pop-rock sofisticato di Jimmy Barnes periodo ‘Freight train heart’, una vena che si concretizza grazie sopratutto alla voce del cantante Simon Abbotts, per timbrica e tecnica  veramente vicinissimo al grande Jimmy, anche se su un registro meno furibondo, meno infuocato e sanguigno. Le tracce più AOR, più Virginia Wolf-oriented, – “Believe in me”, “Inspiration”, “Lady” (qualche ombra Unruly Child nel bridge, mentre nel coro spuntano i Wall of Silence), “After midnight” (qui c’è spazio anche per i Ten del primo album) – proprio grazie alla voce di Abbot brillano di un calore e di  un’irruenza che l’ugola linda e cristallina di Chris Ousey difficilmente riusciva ad iniettare nelle canzoni della propria band. Il resto sarà una festa per chi ha consumato ‘Freight train heart’ attendendo inutilmente una replica di quel livello dal pur sempre formidabile Jimmy. “Talk about love”, con quell’intro di puro atmospheric power, l’alternanza piano/chitarra e le ombre Bad Company, e “Crazy”, che vive su un riff centrale in stile vecchi Whitesnake, sono schegge di superbo rhythm and blues energizzato. “Star” è un roots r’n’r con un bell’intro per 12 corde, una track dal vago sapore springsteeniano, “Just for a moment” lascia un piacevole retrogusto Bryan Adams, “Don’t wanna loose you” shackera elegantemente anche Foreigner e Loverboy, mentre “Waiting” è una splendida ballad notturna illuminata da rifrazioni Journey. La qualità audio è discreta, la produzione ottima.

Da recuperare senza esitazioni.

 

AORARCHIVIA

TORNA ALL'INDICE

DOUBLE CROSS

 

 

  • TIME AFTER TIME (2003)

Etichetta:TB Records Reperibilità:in commercio

 

Ma cosa gli ha preso agli inglesi? Negli anni d’oro del melodic rock il loro impegno nel settore era limitato ad una sparuta pattuglia di bands che per la maggior parte facevano la fame oppure cambiavano in fretta e furia genere non appena si rendevano conto che dei loro dischi, indipendentemente da quanto di buono o cattivo era in essi contenuto, non gliene fregava niente a nessuno. Oggi che l’AOR è diventato merce per nostalgici, acquistabile solo da rivenditori specializzati, con un pugno di labels a tenere viva la fiamma, assistiamo ad un’alluvione di ensemble britannici, quasi tutti formati da under-30 e quasi tutti capaci di proporre musica di livello superiore: sempre largamente derivativa secondo la lezione dei migliori Ten, ma fresca e vivace, suonata con perizia ed entusiasmo. Questi Double Cross sono tra i migliori del lotto, ed il loro esordio risulta in parecchi frangenti addirittura elettrizzante, a cominciare dalla qualità audio, veramente encomiabile, e da una produzione competente e ricca di finezze, in cui l’impasto chitarre/tastiere è bilanciato alla perfezione pur in una dimensione decisamente aggressiva. L’iniziale “Reach out” si apre con un sontuoso intro di tastiere e va avanti un po’ alla Journey, molto alla Ten, ma con un certo flavour scandinavo. “How do we know” mi ricorda invece i Wall of Silence, forse anche per le affinità vocali tra il cantante Rick Chase ed il singer di quella grande band canadese, Brian Maloney. I Ten più beatlesiani vengono chiamati in causa con “Touch the sun”, mentre “When two worlds collide” mescola Bon Jovy e Beatles come facevano gli indimenticabili Little Angels (perché non ho ancora scritto di questa band, dannazione?). L’hard melodico ad ampio respiro di “We were young” precede l’epicheggiante “Valley of the kings”, un piccolo masterpiece dove Ten, House of Lords e Blue Murder vengono pennellati su una ritmica arabeggiante che può ricordare il Joe Satriani di certi episodi di ‘The Extremist’, con un sitar o un dulcimer posizionato sul canale destro ad aggiungere un ulteriore sapore esotico al pezzo: favoloso! Più leggera “Don’t walk away”, tramata di echi Firehouse e Winger, e “One lonely night”, dove i Little Angels vengono felicemente trasposti fino alla citazione ( il brano saccheggiato è “Young gods”). “All my days” sfarfalla tra Ten e Virginia Wolf, “My heart belongs to you” vira moderatamente verso il New Jersey di Bon Jovy, “Only the strong” è una gigantesca power ballad (l’unica del disco, a conti fatti) dove torna lo spettro dei Little Angels e occhieggiano anche Scorpions e House of Lords, questi ultimi ancora fonte di ispirazione per la conclusiva “Time after time”, assieme ai soliti Ten ed a qualche spunto marca C.I.T.A.

Disco, insomma, vario ma compatto, bello tosto, spettacolare. Se i ragazzi proseguono su questa strada, in futuro potremmo vederne davvero delle belle, ma il presente è già lusinghiero per una band che ha firmato una delle opere più interessanti dell’anno.