NOTE DAL WEBMASTER

 

 

 

 

CHI STA' UCCIDENDO IL ROCK?

 

 

 

Lo spunto per mettermi a ruminare su quanto accade nel mondo della musica rock me lo ha dato la visione del recente DVD ‘Blues Explosion Tour’ di Joe Bonamassa, registrato in Inghilterra. Spettacolo impeccabile, anche nella scenografia, ma sconcertante ogni volta che le telecamere inquadravano il pubblico: un mare di teste grigie, bianche o pelate. Gli ultraquarantenni erano la stragrande maggioranza, con una percentuale di over 50 tutt’altro che modesta. Dov’erano i giovani? Che fine avevano fatto?

Certo, la proposta musicale di Joe Bonamassa, così retrò, può avere poca presa sul pubblico under 30. Probabilmente tutto il rock classico è ormai roba che interessa quasi solo chi quella stagione l’ha vissuta direttamente, non segue affatto le uscite discografiche in questo campo e si limita ad andare ai concerti. Ma anche per il rock moderno le cose non è che vadano proprio alla grande. Nickelback, Alter Bridge, Muse riempiono le arene da 8.000 posti ma non gli stadi. Quelli ospitano ormai solo i concerti di Bruno Mars, Adele o Justin Timberlake. Un’occhiata alla Billboard 200 rivela un panorama fatto quasi unicamente di pop, dance, rap, black music e country. Le vendite del rock sono tanto basse da rasentare il ridicolo. Tanto per fare un esempio: i Nickelback, che sono senza dubbio la band rock moderna di maggior successo nel Nordamerica, hanno venduto circa 47.000 copie (tra download e CD) del loro ultimo album ‘Feed the Machine’, mentre l’attuale numero 1 sulla Billboard 200, il rapper Post Malone, ha venduto alla data in cui scrivo (fine di maggio) già 461.000 copie del suo secondo album uscito ad aprile del corrente anno. La differenza con il panorama di trenta anni fa è enorme, clamorosa, e basta cercare sul sito di Billboard le classifiche dell’epoca e confrontarle con l’attuale per rendersi conto che il rock, in tutte le sue forme, è letteralmente scomparso dagli stereo degli under 30.

Perché è andata così? Che diavolo è successo? Si è chiuso un ciclo cominciato negli anni 50 con Elvis Presley? Il rock, insomma, è morto? E se è morto, chi lo ha ammazzato? Io penso di conoscere il nome dell’assassino o, più precisamente, l’identità del veleno ad azione lenta che sta uccidendo la musica rock. È un nome che conosciamo tutti: grunge.

 

L’ho scritto tante e tante volte: negli anni 80, il rock era tutto un pensare positivo. Ed era in larga parte così anche nei 70 e nei 60. Okay, la mestizia e la depressione avevano il loro spazio e riscuotevano anche consensi (i Black Sabbath non erano certo degli allegroni, eppure vendevano album a camionate), ma quello che è accaduto nei primi anni 90 del secolo ventesimo non aveva davvero precedenti: tre band – Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden – innalzano la depressione malinconica, l’infelicità, la disperazione, il male di vivere, la tristezza, lo sconforto, lo scoramento più profondo a propria bandiera (niente di strano che due leader su tre di quelle band si siano suicidati: è perfettamente coerente con i contenuti del messaggio trasmesso, lo sbocco inevitabile del voluttuoso rotolarsi nella depressione di cui sopra). Sappiamo tutti che l’industria discografica decretò una conversione di massa al nuovo trend depresso e che le band lo adottarono con entusiasmo, spingendo ancora più a fondo il pedale verso il malsano in una successione di pozzi senza fondo emotivi: Type O Negative, Nine Inch Nails, Marylin Manson, Evanescence sono solo una parte infinitesimale dei monicker che hanno trascinato il rock in un abisso soffocante e senza luce. Il pubblico, al principio, rispose con entusiasmo alla proposta maniaco-depressiva: i Pearl Jam riempivano gli stadi in tutto il mondo, Marylin Manson era più famoso e seguito del papa. E poi? Semplice: non si può restare immusoniti in eterno. Perfino l’adolescente medio, ogni tanto, si concede una risatina. Ma se il rock non ti concede neppure un mezzo sorriso, quando hai voglia di divertimento e spensieratezza sei costretto a cercare altrove. La vera tragedia sta nel fatto che il rock mainstream americano e britannico, da almeno vent’anni non sembra minimamente intenzionato a concedersi il più tenue sprazzo di ottimismo: ci hanno provato i Nickelback, per tre album, ad alleggerire la loro proposta, e ottenendo eccellenti risultati da un punto di vista artistico, ma con ‘Feed The Machine’ hanno fatto praticamente una conversione a U, tornando pari pari al clima tetro e rabbioso di ‘The Long Road’ e ‘Silver Side Up’: per convinzione o perché confidano nell’idea aberrante che il pubblico chiede solo rabbia e tetraggine? Di sicuro non per adulare la critica, che li ha bersagliati di insulti per quella nuova linea decretata puramente “commerciale”. Ma lasciamo da parte la critica, soprattutto quella americana, che è apparsa sempre del tutto incapace di capire cosa voleva davvero e, soprattutto, di cosa poteva avere bisogno l’ascoltatore medio. Chiediamoci piuttosto se c’è un modo per venire fuori da questo circolo vizioso, se da quel veleno si può ancora disintossicarsi oppure l’agonia è inarrestabile e destinata a concludersi se non proprio con un decesso, quanto meno con un declassamento che vedrà il rock murato in una nicchia identica a quella in cui ormai da almeno sessant’anni vive relegato il jazz. Mi pare che l’unica sia dare di nuovo un tono positivo al rock, e non devo essere il solo a pensarlo. Alice Cooper – che continua ad essere una delle persone più intelligenti e lucide a bazzicare il mondo della musica – di recente ha dichiarato: “Credo che assisteremo ad un revival degli anni ’80, quando le giovani band cercavano di somigliare ai Motley Crue o ai Bon Jovi. Tutto sommato, è stato un periodo divertente. Le canzoni erano fantastiche, i dischi erano fantastici, i video e gli spettacoli erano eccezionali, con personalità. E la cosa bella di quell’epoca era che le persone si divertivano con il rock’n’roll. Il rock, dovrebbe essere divertente”. Mister Furnier ha centrato il problema, però io non credo che il revival sia la soluzione. Dopo il tremendo flop del musical Rock of Ages, è chiaro che riprendere quella formula, pari pari, non può funzionare. Del resto, il retro rock (ovvero, il revival degli anni 70) ha avuto forse successo presso il grande pubblico? I Rival Sons, probabilmente la band più rinomata del genere, ha ottenuto sulla Billboard 200 solo un numero 115 di picco (con l’ultimo album, ‘Hollow Bones’), con vendite dell’ordine delle migliaia di copie, non di più. E poi, di band che cercano di somigliare ai Crue e ai Bon Jovi ce n’è già una marea, soprattutto negli USA: registrano e pubblicano i loro album da soli o per label microscopiche, li vendono sul web in formato digitale, ma chi se li fila? Nessuno. Perché c’è sempre uno sbilanciamento enorme fra l’offerta di musica e la domanda effettiva di questa da parte del pubblico, e da quando incidere è diventato più semplice ed economico che in passato, lo squilibrio ha assunto proporzioni che sconfinano nel grottesco: una volta le uscite si contavano ogni mese o, al limite, ogni paio di settimane; oggi si susseguono furibonde ogni santo giorno, e anche se l’industria discografica fosse sempre quella che era una volta, sarebbe impossibile promuovere in maniera decente una tale massa di materiale sonoro. Ma se pure il materiale di cui sopra venisse promozionato adeguatamente? Sempre di revival parliamo… come dire: una minestra riscaldata. E i revival, di qualunque genere, non funzionano mai presso il grande pubblico, quello che decreta il successo di un trend: se si vuole sperare in qualche risultato positivo occorre offrire qualcosa di nuovo. I Nickelback ci hanno provato, ma forse senza crederci davvero, rifugiandosi di nuovo nella rabbia cieca e senza scopo, nella tetraggine di principio, come se quello e solo quello fosse lo stato d’animo giusto per il rock, pensiero forse condiviso da più di un artista. La Band Perry, che aveva tutte le carte per diventare una bella realtà di un rock moderno e lontano da qualunque tentazione depressiva, ha annunciato in pompa magna di aver lasciato il genere per darsi al pop danzereccio, e forse lo ha fatto perché continuare ad operare in campo rock senza avere un’aria incazzata o malinconica deve apparire ormai una contraddizione in termini, e se i tuoi precordi vanno in altre direzioni è meglio cambiare genere… Inutile tirare in ballo le band europee continentali, perché quello che determina i trend accade negli USA e in UK: perciò, che gruppi come gli H.E.A.T o i One Desire incarnino alla perfezione un rock moderno e positivo conta davvero poco, dato che queste due band sono basate rispettivamente in Svezia e Finlandia, e negli States probabilmente neppure sanno che esistono.

L’unica è sperare che qualche band americana o inglese capisca da quale parte è sempre tirato il vento del rock’n’roll (il divertimento, far sentire bene la gente, non deprimerla: a quello già ci pensa benissimo la vita quotidiana) e che le residue forze dell’industria discografica, con ciò che resta della loro macchina promozionale, diano una spallata al rock depresso per inaugurare un nuovo trend positivo. Accadrà? Possiamo solo incrociare le dita…