PENSIERI SULLA AI MUSIC

 

 

 

Non vi affliggerò con banalità e frecciate caustiche su questo tema di grande attualità. Non proverò a estrapolare i pericoli che un ricorso massiccio all’intelligenza artificiale in campo musicale (o, più in generale, per qualunque ambito che coinvolga la creatività) avrebbe per la vita di quelli che affrontano anni e anni di studi per imparare a suonare un qualsiasi strumento e/o a scrivere musica. Io non ho la sfera di cristallo e non sono un pessimista di principio, ma certo il quadro è allarmante. Fra mezzo secolo ascolteremo musica fatta per il novantanove per cento dalle AI? È possibile. Anzi: è molto probabile. Perché sarà più comodo, semplice e soprattutto economicamente vantaggioso. Ma questo è il futuro, su cui nessuno può vantare il minimo controllo. Diamo invece uno sguardo a quello che sta accadendo adesso.

Al principio, la “AI music” veniva correttamente etichettata come tale, ma da qualche tempo molti dei suoi artefici cercano di presentarsi come band “vere”: scoprirgli gli altarini non è poi difficile (le cosiddette band sono quasi sempre anonime, le foto risultano palesemente immagini create da altre AI, hanno spesso discografie esagerate – qualcuno ha pubblicato una decina di album nel giro di pochi mesi – e quasi sempre non si appoggiamo mai a delle vere etichette discografiche), ma nel mare magnum delle uscite un momento di distrazione è giustificabile, e non tutti prendono informazioni prima di mettersi all’ascolto di un album: chiunque può cascarci e c’è cascato anche il vostro webmaster.

In linea generale, la prima impressione che si riceve ascoltando questa roba senza conoscerne la provenienza è molto positiva. Ma che bravi questi tizi, si pensa. Poi si comincia a percepire qualcosa di… strano? Naturalmente, occorre una certa cultura musicale per rendersi conto che sono niente più che collage. Ma collage fatti molto bene… Ora, se consideriamo che una larga parte della musica che abbiamo sempre ascoltato era poco più che un collage, messo assieme da esseri umani pigri o poco creativi invece che da computer, potremmo scrollare filosoficamente le spalle e metterci all’ascolto della AI music senza fare troppo i sofisti. Alla fine della fiera, che differenza c’è tra un collage di riff degli AC/DC confezionato da una AI e un qualsiasi album dei Rhino Bucket? E se qualcuno mettesse un’intelligenza artificiale al lavoro sulla discografia degli Whitesnake il risultato sarebbe molto diverso da un disco dei Voodoo Circle? Quelli citati sono però casi estremi di act spudorati e senza vergogna, capaci solo di operare col più sfacciato copia & incolla. E tra quel “poco più” che ci danno persone pigre o gravemente carenti in creatività e il “niente più” che una intelligenza artificiale può fare quando campiona e mette assieme musica c’è sempre un abisso che appare – per il momento, almeno – incolmabile. Ma la natura di quell’abisso risulta un po’ sfuggente, difficile da definire. La sensazione che assale ascoltando questa musica è un po’ la stessa che prende guardando quei video che girano su YouTube di donne bellissime e in genere sempre discinte, anche quelli opera di intelligenze artificiali. Le ragazze sembrano vere ad una prima occhiata ma poi ti rendi conto che, semplicemente, non possono essere vere. Sono assurdamente belle e ben fatte, perfette in maniera irreale, e troppo simili l’una all’altra. È un (paradossale) difetto causato da chi alle AI fornisce le istruzioni o le AI semplicemente non possono fare più di questo, almeno per il momento? Non dimentichiamo che le intelligenze artificiali imparano. Ma questo è il futuro, su cui non sono in grado di pronunciarmi.

La reazione di chi scopre di aver ascoltato inconsapevolmente AI music è interessante. Su un forum dedicato alla musica country su cui sono capitato più o meno per caso, ho letto commenti sempre molto acidi e a volte indignati e furibondi da parte di chi si era ritrovato in questa situazione. Tutti avevano la sensazione di essere stati presi per il sedere, come se chi aveva pilotato l’AI per generare la musica fosse poco più che un buontempone, e tutta l’operazione solo uno scherzo maligno. Purtroppo, le dimensioni che il fenomeno ha preso ci dicono che lo humor è del tutto estraneo ad esso. E ormai il problema sta diventando capire come evitare la AI music. Ti trovi davanti un nome sconosciuto e ti chiedi subito: è una vera band o una AI? C’è da fidarsi o ti stanno prendendo per il culo? La diffidenza sale alle stelle e tu magari passi oltre senza neppure tentare qualche indagine, che non è detto sciolga i dubbi, perché anche la gente che usa le AI sta imparando. Imparando a mimetizzarsi, a simulare. Con quale spirito lo facciano, perché accidenti lo facciano non è rilevante. Quello che conta è che sta succedendo, e continuerà a succedere a dispetto dell’indignazione generale, e succederà sempre di più in futuro, su questo si può scommettere qualunque cosa. A questo punto, l’unica speranza – paradossale in maniera sublime – è che le AI imparino bene, e riescano a darci qualcosa più di semplici collage, dato che il futuro della musica (e non solo) potrebbe essere nelle loro mani virtuali.